A cura della Redazione
Savoia, stop ai processi. Occorre pensare alla rifondazione Dopo la scomparsa del Savoia, sul nostro muro, si è aperto un dibattito spontaneo sui perchè di questa ennesima sconfitta della città. Ecco, nel merito, una nota di Massimo Corcione che risponde anche a qualche blogger che aveva intravisto, nei suoi interventi precedenti, una sorta di difesa d´ufficio dell´operato degli ultimi dirigenti-tifosi. Il Savoia è stato ucciso, aperta la caccia all’assassino. Una lettura superficiale, come limitarsi a vedere il dito che indica la luna piuttosto che la luna. Ma la spiegazione non è così lontana, è qui tra noi: graduare le responsabilità non ha più senso ormai, soprattutto non produce effetti di resurrezione. Questo sto ripetendo da settimane, ecco perché mi spiace tornare ancora sull’interpretazione di una frase che evidentemente è stata poco chiara. Io ho parlato di estremo atto d’amore, al limite dell’incoscienza fatto comunque da tifosi che si sono improvvisati dirigenti in assenza di qualsiasi alternativa. L’esito è stato letale, ma la colpa - anche questo ribadisco - è stata di tutti noi. Se il Savoia è finito, è stato perché siamo stati incapaci di esprimere una qualsiasi forma di dirigenza. Non c’è stato alcun mecenate, e questo era prevedibile vista la situazione economica della città, ma non c’è stato neppure il tentativo di aggregare un gruppo di appassionati in grado di sostenere un sacrificio annuale per sovvenzionare il calcio. Né quest’anno, né nelle stagioni precedenti quando l’agonia è cominciata. Il progressivo distacco degli spettatori, poi, ha fatto il resto: una squadra di calcio non è un genere di prima necessità da garantire alla popolazione, ma può rappresentare l’orgoglio di una comunità. Il Savoia lo ha rappresentato per cent’anni, passando attraverso altre disavventure. Ha perfino cambiato nome, è ripartito da zero due anni dopo la fantastica avventura della serie B, sempre accompagnato dal consenso popolare. Quando questo si è esaurito, è finito tutto, perfino il marchio non è stato più appetibile. E il sipario è calato su una recita che non aveva più il pubblico sufficiente non dico per l’autofinanziamento, ma neppure per una dignitosa copertura delle spese. Il teatro, cioè lo stadio, è ridotto come peggio non era possibile neppure immaginare, monumento al degrado, dieci anni dopo l’inaugurazione. Ora i processi pubblici non servono più, provvederà la magistratura ordinaria a occuparsi delle responsabilità per le insolvenze che hanno determinato un passivo milionario. Noi tifosi, gli irriducibili, i nostalgici, gli arrabbiati e pure i rassegnati, dobbiamo solo metabolizzare la perdita. E pensare alla rifondazione, che nel calcio è l’unica forma possibile di resurrezione. MASSIMO CORCIONE