A cura della Redazione
Cedesi attività: sta per chiudere la storica edicola Belfiore CEDESI ATTIVITA’, scritto a penna su un foglietto appiccicato lì, alla vetrina laterale di un’edicola che è presto diventata un monumento eretto nel luogo più scomodo. Due parole per chiudere un’epoca: Angelo Belfiore dice basta, non lo vedremo più perfettamente incastonato tra giornali e dispense che domina con mani da prestigiatore. Uscirà da quella sua tana e consegnerà a chi-sa-chi il testimone ricevuto da papà Teodoro, la linea dinastica si interromperà. Come nessuno avrebbe mai previsto, come nessuno avrebbe mai ritenuto possibile. Più che un annuncio è l’epitaffio di un’epoca. Le lodi le tessiamo noi, testimoni di un’attività passata attraverso generazioni di ragazzi cresciuti a figurine e giornaletti. E attraverso genitori impegnati non solo a pagare i capricci dei figli, ma anche a costruire le prime essenziali biblioteche familiari, sfruttando lo straordinario strumento di divulgazione che furono le dispense. Quello fu il vero tesoro scoperto dall’industria editoriale quando il boom economico cominciò a riempire le credenze e per fortuna anche le librerie. Il mio ricordo lontano mi porta a rivedere un signore con baffetti da gentiluomo che mi consegnava le bustine Panini e insieme i fascicoli di una Divina Commedia bellissima da sfogliare con illustrazioni simili a miniature stampate su una carta lucida e spessa: era don Teodoro Belfiore. Verso quelle pagine nutriva devozione più che ammirazione, e le proponeva ai suoi clienti come capolavori assolutamente da possedere, impossibili da rifiutare. I professori erano i suoi interlocutori preferiti: forse perché era più facile solleticare la loro curiosità, sicuramente perché erano loro i più interessati ad avere, finalmente in versione impreziosita, opere che avevano sempre letto e studiato su pagine troppe volte passate di mano in mano. Non è retorica, ma il racconto di un periodo lungo mezzo secolo che qualcosa ha pure prodotto. Dalle prime raccolte di calciatori Panini alle immagini tridimensionali delle ultime collezioni, dai quotidiani milanesi che arrivavano solo per un ristretto popolo di irriducibili ai primi settimanali patinati fino alla crisi di oggi: c’è la storia dell’Italia, delle sue manie, delle mode e dei miti custoditi in quelle pagine stivate in un’area tanto piccola da mettere in crisi il principio dell’impenetrabilità dei corpi. E la prima versione dell’edicola era ancora più ridotta: un chioschetto sospeso su quattro piedi che dovevano sostenere materialmente la… cultura: avamposto per chi arrivava da Torre del Greco, ultima roccaforte per chi il suo struscio lo cominciava da giù; primo segnale, insieme con l’apertura della Farmacia Villani, che la città stava spostando il proprio baricentro. Fino ad allora la tradizione era gestita dai Sorrentino, dagli Iovino, i pionieri nella distribuzione dei quotidiani, soprattutto i promotori più convinti della stampa locale; Belfiore sfruttò la scia: erano i tempi della contrapposizione tra La Voce della Provincia ed Ennedue, tra Pasquale D’Amelio e Nardino Sfera. Le due testate venivano esposte con orgoglio, poter pubblicizzare e vendere un prodotto locale restituiva il massimo della soddisfazione. E chi cominciava a scribacchiare su quei giornali così importanti per la comunità torrese meritava subito rispetto e un trattamento particolare. Non c’era Internet (purtroppo) a quel tempo e la coda la si faceva anche per acquistare le gazzette delle speranze: i giornali dei concorsi. Puntualmente il maestro Teodoro cerchiava le proposte più interessanti, le prove per i ministeri che per diplomati e laureati erano gli approdi più ambiti. Ma la sua specializzazione era la scuola: sui bandi per supplenze e incarichi riusciva a fornire informazioni più dettagliate di quelle che avreste potuto raccogliere al Provveditorato. Arrivava anche a spingersi a un’analisi nazionale, consigliando le province nelle quali sarebbe stato più facile trovare l’occasione giusta. Angelo allora era già l’erede designato alla successione: le ambizioni calcistiche come difensore dell’Oncino erano destinate a naufragare presto, il suo futuro prevedeva una vita consacrata all’edicola che per scaramanzia più che per convinzione non ha mai voluto spostare dal luogo originale. Avrebbe potuto, non so dire se avrebbe dovuto, certo viene difficile immaginare uno spazio diverso che lui non avrebbe potuto dominare con un’apertura di braccia. Ha continuato l’opera paterna, assecondando il principio dell’evoluzione della specie: ha dovuto confrontarsi con la tecnologia, ha sfondato nel mercato delle carte telefoniche, ha dovuto arrendersi a vendere più dvd che giornali, ha dovuto certificare la fine di pubblicazioni che sembravano immortali. E’ stato tra i primi a capire che a trainare il carro era diventata la tivù, è diventato telespettatore tanto esperto da poterlo utilizzare anche come consulente. Infine ha dovuto alzare bandiera bianca davanti alla volontà dei due figli: vogliono occuparsi d’altro, è un loro diritto. Così com’è un dovere quello di chiedere ad Angelo di ripensarci e di strappare quel foglietto. Fingeremmo tutti di non averlo mai letto. MASSIMO CORCIONE (dal settimanale TorreSette del 13 gennaio 2012)