A cura della Redazione
Reperti archeolgoci nel sottosuolo del centro commerciale di trav. Andolfi E’ inammissibile che il prestigioso patrimonio culturale vesuviano diventi argomento di vertenze che con la cultura non hanno nulla a che vedere. La guerra che si stanno facendo, con carta bollata ed altri mezzi più o meno legittimi, due giganti della distribuzione di massa, nel territorio vesuviano, sta avendo riflessi (disinteressati o meno) nella politica e la stampa d’opinione. I lavori di costruzione del centro commerciale in traversa Andolfi a Torre Annunziata, che insiste sullo stesso bacino d’utenza de “La Cartiera” di Pompei, recentemente giudicata illegittima, in secondo grado amministrativo, su istanza dello stesso concorrente oplontino, sta suscitando dichiarazioni ai giornali da parte di pseudo esperti e commenti di politici. Opinioni non illuminanti nel primo caso né equidistanti nel secondo. Per argomentare in materia di urbanistica, relativamente ai vincoli archeologici, bisogna avere la scala delle priorità in tema di valorizzazioni e di rinunce e la conoscenza della normativa specifica. Ad esempio, l’intervento preventivo della Soprintendenza archeologica, a Torre Annunziata, non ha lo stesso iter che vale per il Comune di Pompei. A noi preme comunque stigmatizzare che l’ennesima vertenza commerciale si serve arbitrariamente dell’immagine e del prestigio internazionale dei nostri monumenti archeologici e della tutela ad essi riservata in sede Unesco. Ci riferiamo sia ai monumenti a cielo aperto (come gli scavi di Pompei o la villa di Oplonti) che a quelli custoditi nel sottosuolo che non sono affatto sconosciuti (o sottovalutati) al ceto scientifico. Presso la Direzione della Soprintendenza archeologica di Pompei (precisamente nell’Antiquarium di Boscoreale) opera da tempo l’ archivio archeologico vesuviano su base digitale (unico esempio al mondo). Descrive la mappa dei reperti del territorio, un catalogo di ogni ritrovamento o iscrizione rinvenuti durante i saggi effettuati periodicamente o su precisa richiesta (come nuove costruzioni) dagli archeologi del Mibact. Nel caso del centro commerciale di Torre Annunziata, gli stessi archeologi non istituzionali che si sono espressi sui resti presenti nel sottosuolo, lì dove sta sorgendo la struttura, hanno riferito che essi erano conosciuti da tempo dal ceto scientifico. Quali titoli hanno i professionisti in questione per essere considerati oggi più attendibili (riguardo al giudizio su tali reperti di matrice pompeiana) rispetto ai colleghi che hanno autorizzato la costruzione del centro commerciale oplontino? Come mai solo ora, in un clima di vera e propria guerra commerciale, si ripesca la notizia del ritrovamento archeologico, pubblicata lo scorso 10 gennaio in un articolo su L´Espresso a firma di Ferruccio Fabrizio? Il giornalista denuncia come siano stati eseguiti i lavori in un´area ad elevato valore storico ed archeologico. Scrive Fabrizio: "ll tetto dell’officina romana è spuntato intatto dal terreno, dove era rimasto sepolto per quasi duemila anni. Una scoperta miracolosa, che può accadere soltanto a Pompei. Lo scavo è a soli 500 metri dalla celebre via Consolare, la strada dei sepolcri del sito archeologico più famoso del mondo. Ma è inutile cercare di visitarlo: è stato inglobato da un gigantesco centro commerciale. Tutto legale, con una decisione che sconvolge molti degli studiosi più autorevoli. Quello e altri ritrovamenti affiorati durante il cantiere dello shopping center hanno fatto ipotizzare la scoperta delle prime tracce dell´altra Pompei romana, ossia il quartiere industriale che aveva reso ricca la città distrutta dal Vesuvio. Per gli archeologi si trattava di «ritrovamenti eccezionali e unici»: dai lapilli sono venuti alla luce una fornace perfettamente intatta, dal tetto in giù; la strada che univa Pompei al mare e un grande monumento funebre. Ma i lavori dell´ipermercato non sono stati fermati. E adesso i resti antichi sono stati inglobati nell´ipermercato, sepolti per sempre sotto 8mila metri di supermarket, fast food e negozi, senza possibilità concrete di fare nuovi studi [...]". E’ fatto assodato che l’antica Pompei non si limitava al territorio attualmente circoscritto al parco archeologico ma si espandeva ben oltre le sue mura, sia in direzione del mare che verso la foce del fiume Sarno. Tutta la Pompei moderna è stata costruita sopra le antiche vestigia extra moenia, di cui in qualche caso non è stata rispettata la memoria con la pubblica visibilità. E’ recente la polemica che riguarda la fullonica (antica lavanderia) presente sotto le Case Operaie di Pompei, a cui, nella recente ristrutturazione per farle diventare case famiglia, non è stata riservata alcuna via d’accesso. Alla fine è chiaro che sul nostro territorio, teatro della più nobile storia antica, suggellata sotto le ceneri del Vesuvio, non tutti i resti ritrovati potranno vedere la luce e diventare monumenti turistici. Bisogna definire un criterio condiviso per riservare ad alcuni di essi un “trattamento” speciale. Gli altri saranno materiale di studio ma non diventeranno attrattori culturali. Nello stesso tempo, si dovrebbero fissare obblighi precisi per i costruttori e proprietari di fondi al fine di garantire l´accesso libero alle antiche testimonianze "sotterranee" della storia locale. Per finire: il recente decreto legge “Valore Cultura” ha delineato modi e sistemi per la valorizzazione del territorio su cui insistono parchi archeologici di rilevante valore. E’ stato indetto un tavolo permanente di amministratori locali che funzionerà come conferenza permanente dei servizi. E’ stato anche fissato un organismo di comando ed uno staff di tecnici per la valorizzazione del territorio che ruota intorno a Pompei ed agli altri siti archeologici vesuviani (cosiddetta buffer zone). Perché non inserire nell’agenda dei lavori di quel tavolo l’argomento sulla rilevanza monumentale dell’opificio che è nel sottosuolo di via Settetermini-traversa Andolfi? MARIO CARDONE Twitter: @mariocardone2