A cura della Redazione
Commercio, i dati della catastrofe. Urge una politica di rilancio Sembrerà strano, ma la crisi economica che tanti danni sta procurando al sistema produttivo italiano pare non incidere più di tanto sul commercio a Torre Annunziata. Almeno se ci soffermiamo ad analizzare i grandi numeri. Infatti, prendendo a riferimento uno studio di settore condotto nel 2005, quando rivestivo la carica di assessore al Commercio, erano presenti sul territorio 943 imprese, di cui 835 commerciali e di servizi, 35 operanti nel campo della ristorazione e 71 bar. A queste andavano aggiunte 312 imprese artigianali, per un totale di 1.253 operatori. A distanza di circa otto anni da allora, ovvero alla data del 18 giugno 2013, le attività commerciali e artigianali sono 1.232, appena 21 in meno con un decremento del 2,6 per cento. Anzi, dal 2008, anno in cui si sono sentiti i primi effetti della crisi, al 2012 c’è stato sempre un saldo positivo tra aperture e chiusure, seppur di poche unità all’anno (i dati sono stati forniti dall’ufficio Suap, ma non è escluso un margine di errore dovuto a cessazioni di attività non dichiarate). Appare, almeno dai dati, molto peggiore la situazione a Napoli e provincia. Al 31 dicembre 2012 le imprese registrate erano 224 mila. Di queste 48 mila erano in crisi, 32 mila in fase di scioglimento o liquidazione e 16 mila sottoposte a procedure concorsuali. E nei primi tre mesi del 2013 più di 1.200 imprese si sono aggiunte al lungo elenco delle cessate attività tra Napoli e provincia. Se raffrontiamo questi ultimi dati ai nostri, dovremmo concludere che il commercio torrese va benino e risente poco della crisi. Invece la realtà è assolutamente diversa. Infatti ad un’analisi più approfondita si nota che chiudono i negozi tradizionali e riaprono attività che “sfruttano” la crisi per incrementare i loro guadagni. Un esempio sono la proliferazione di “compro oro”, sale scommesse e giochi, negozi di prodotti a basso costo e di sigarette elettroniche, ecc.. Resistono (ancora per quanto?) gli alimentari, seppur i consumi, anche in questo settore, sono in forte calo. Molti chiudono bottega annunciando la finita locazione, ma soprattutto l’agognata pensione. In realtà, dietro la cessata locazione si nasconde sovente una mancanza di liquidità e, alla pensione che è da fame, si è spesso costretti. Ma due dati su tutti sono sintomatici della grave crisi in atto. Il 70 per cento dei negozi aperti negli ultimi tempi non ha superato l’anno di vita. Molti giovani, pur di darsi da fare, si avventurano in attività commerciali improvvisate, ma purtroppo senza fortuna. Quindi al danno per il mancato lavoro si aggiuge la beffa dell’investimento sbagliato. Inoltre, più del 30 per cento dei titolari dei negozi non versa i contributi previdenziali (per i bassi redditi l’importo è di circa 280 euro mensili) o, nel più felice dei casi, salta le rate. «A mala pena riesco a coprire le spese di gestione - lamenta un rivenditore di frutta - come potrei versare una somma che serve per la mia sopravvivenza?». Non nasconde il suo pessimismo il presidente dell’Associazione Commercianti Torre Annunziata, Giuseppe Pagano. «La situazione è gravissima - afferma - e non si vede la luce fuori dal tunnel. La grande distribuzione ha finito per affossare il commercio tradizionale. Se non si trovano le giuste soluzioni, ad esempio la realizzazione dei centri commerciali naturali, presto il commercio al dettaglio scomparirà dalle città. Non bisogna farsi ingannare da qualche nuova apertura. Spesso sono i figli che si sostituiscono ai genitori per la mancanza di un lavoro. E’ il caso di mio figlio che, pur essendo laureato in economia aziendale, è diventato un operatore commerciale. E poi, dulcis in fundo, la vessazione che subiscono i commercianti, se si pensa che oltre il 74 per cento del fatturato di un esercizio finisce in tasse». Sulla stessa falsariga anche Giacomo Borriello, presidente della Confesercenti Oplonti. «Il dato citato sul numero delle attività commerciali presenti sul territorio è fuorviante - dichiara -, se si pensa che a Torre Annunziata ci sono sette agenzie di scommesse e circa una cinquantina di bet online. Inoltre proliferano i “compro oro” ed i piccoli supermercati che costituiscono un dato di crescita anomalo rispetto alla depressione dei consumi. Se non ci sarà un intervento da parte del Governo per la facilitazione dell’accesso al credito, congiunto a politiche per l’occupazione dei giovani - conclude Borriello - difficilmente si uscirà dalla crisi». Indubbiamente ci vogliono interventi strutturali e su questo versante deve necessariamente intervenire il Governo. Tuttavia, anche l’Amministrazione comunale, nel suo piccolo, può dare una mano ad un settore che dà lavoro ad oltre duemila addetti. Come? Attirando gli acquirenti dai Comuni viciniori attraverso inziative di ampio respiro. A tal proposito, ho elaborato un progetto che presto sottoporrò all’attenzione delle associazioni dei commercianti per un rilancio del settore a Torre Annunziata. ANTONIO GAGLIARDI