A cura della Redazione
In diretta TV, tra fede e sociale. Le riflessioni di Salvatore Prisco Ho assistito oggi in televisione alla consueta messa, andata in onda stavolta su Rete4 dalla basilica della Madonna della Neve. Non amo sintonizzarmi sul canale del telegiornale di Emilio Fede, che non stimo. Né sono credente, anche se ho consapevolezza dell’importanza del messaggio cristiano. Ho però l’orgoglio del torrese che ama la sua terra, nonostante che essa mi abbia riservato disillusioni personali e mi deluda spesso anche da cittadino, perché volevo vedere quale immagine di noi avremmo trasmesso ai telespettatori. Mia moglie Carla Pignataro è inoltre componente del coro salesiano diretto dal Maestro Giuseppe Collaro, che accompagnava il rito e avevo dunque una ragione privata molto forte per fare un’eccezione. Non c’è dubbio: comunità dei fedeli, cantori molto bravi, celebranti ed autorità civili hanno trasmesso al pubblico la sensazione di una comunità coesa, stretta intorno a un quartiere problematico - l’omelia di Monsignor Russo ha ricordato tra quanti soffrono anche i carcerati - e ai pescatori, discendenti per mestiere da quelli che ritrovarono a Rovigliano il quadro della Madonna nera, oggetto di devozione popolare e a cui si attribuiscono prodigi, come quello di avere arrestato un’eruzione del Vesuvio. Significativa la lettura evangelica, cioè la parabola del padrone della vigna che chiama a lavorarla braccianti disoccupati, retribuendoli tutti allo stesso modo, anche quelli reclutati quasi alla fine della giornata di fatica. Perché, come ha spiegato l’officiante, il diritto avrebbe richiesto proporzionalità di retribuzione, ma la carità remunera il bisogno. Un liberale trova com’è ovvio scandaloso un simile criterio, un socialista come me lo capisce perfettamente, anche se non sarebbe corretto ridurre all’aspetto ideale e politico mondano quest’insegnamento, che allude piuttosto all’inesauribilità della grazia divina e alla doverosa sollecitudine verso gli ultimi, sia nel senso della loro più stringente necessità materiale, sia in quello per cui si tratta di chi ha raccolto solo alla fine l’invito a “venire in vigna” , quindi a rigenerarsi spiritualmente. Rigenerazione è la parola che mi sembra giusta. Ne abbiamo bisogno come Paese e nella nostra città. Viviamo un momento di gravissime difficoltà economiche, che da noi piovono su un contesto già assai martoriato. Occorrono poi responsabilità e unità di intenti fra quanti sono e devono restare diversi, come il confronto democratico impone, ma che - al di là di fisiologiche divisioni - devono tuttavia riscoprire le ragioni di un comune impegno verso il territorio in cui vivono, si chiami esso Italia o Torre Annunziata. A Berlusconi molti chiedono (e io tra questi) un passo indietro, non tanto per il fastidio, che pure c’è, per uno stile di vita discutibile in sé e nel suo esibito compiacimento, ma perché ha governato in modo davvero pessimo, come dimostra il bilancio negativo della sua politica economica e l’inesistenza di quella estera, ora che ad esempio nella nuova Libia si fanno vivi Francia e Inghilterra e noi - che pure ci stavamo per primi - brilliamo per assenza. All’opposizione si domanda di rendersi credibile, come finora non è stato, se vuole raccogliere il testimone, mostrando capacità e non indulgendo al giustizialismo. A Torre si terranno l’anno venturo le amministrative. Quanti ci hanno da ultimo diretti valuteranno da soli se passare la mano o riproporsi, però moltiplicando e qualificando gli sforzi, prima che siano gli elettori a emettere il loro verdetto, che terrà conto di ragioni e torti di tutti, anche quanto ai cambi di campo in corsa: legittimi in astratto, ma da spiegare e poi da far giudicare al popolo (e sarebbe stato meglio che questo fosse accaduto prima). Non siamo più Fortapàsc ed è giusto darne atto. Non si vedono però nemmeno risultati particolarmente efficaci nel rilancio delle prospettive di questa città ed anche questo va considerato, nello stendere un bilancio. Possibilmente discutendone con pacatezza e senza sentirsi destinatari di congiure od offesi sul piano personale: non è proprio il caso. SALVATORE PRISCO* *Docente di Diritto Costituzionale presso la Federico II di Napoli, giornalista, scrittore, saggista