A cura della Redazione
Elezioni comunali, una riflessione: emigranti o esuli volontari? Una pessima abitudine in auge nel nostro Paese è quella delle grandi coalizioni senza rinunce. Mi spiego: quale credibilità può produrre una coalizione politica fatta di tanti piccoli gruppi che decidono di stare insieme, condividendo evidentemente il medesimo programma o indirizzo o progetto politico, senza voglia però di rinunciare ciascuno al suo orticello? Abbiamo avuto già tantissime esperienze, troppe, anche a livello nazionale, di grandi coalizioni che poi si sono risolute al primo inciampo (o, diciamolo con franchezza, alla prima spartizione che non sembrava giusta a qualcuno). Certo, la Democrazia Cristiana ha fatto scuola con i mille rivoli che scorrevano al suo interno, ma aveva il merito di restare unita di fronte ai grandi momenti ed a quegli eventi politici che poi ci hanno ridotti quello che siamo oggi: una miriade in fuga, da tutte le direzioni, da tutte le parti, come molecole impazzite, ora nell’una ora nell’altra coalizione. E’ evidente che manca una certezza d’intenti e di indirizzi. Abbiamo sempre poca chiarezza nelle espressioni e nelle indicazioni, quindi le prevaricazioni sono dietro l’angolo. Ecco perché, un due e tre, tutti al proprio posto e tutti tornano sulle posizioni di partenza con una intransigenza, che se fosse usata nell’interesse della collettività per concretizzare sforzi costruttivi, sarebbe encomiabile di sicuro. L’orizzonte politico e degli schieramenti elettorali pullula di nuove etichette, di gente in buona fede che pensa di mettersi al servizio della città con sana volontà di partecipare ad un cambio necessario ed epocale. Ma ognuna, considerandosi troppo piccola, insignificante, sconosciuta, cerca di insediarsi nell’alveo di correnti e partiti che hanno già dimostrato disastrosamente la loro incapacità di governare e cambiare senso di marcia nell’amministrare la città, per cui giocoforza dobbiamo ritenere che saranno presto soggetti vaganti senza collegamenti né con una base elettorale che li ha sostenuti né tantomeno con il partito al quale si sono alleati ma che non li considerano più. Veniamo al dunque: perché, una volta determinato un progetto politico e convenuto sulle forze che lo condividono e sostengono, non si elabora una lista unica e unificante che dimostri alla città un concreto segno di cambiamento? Abbiamo ancora bisogno di colorare le denominazioni? Se no, non ci sono contributi e attribuzioni o riconoscimenti a carattere provinciale, regionale, nazionale? Ma noi stiamo parlando di elezioni comunali, cioè dei fatti nostri, dei problemi di casa nostra, cosa ce ne può fregare dei partiti nazionali, tanto più che stiamo privilegiando le liste locali a vocazione parziale di scelte e di temi comunali che riguardano il nostro processo di crescita e rivalutazione. Certo, non bisogna rinunciare ai collegamenti esterni perché il sistema in vigore nel nostro Paese prevede la copertura e l’appoggio solo se appartieni a questo o a quello o meglio a chi comanda di turno. Ma allora quando e come potremo sperare di cambiare le cose in questo benedetto Paese? Presupposto di cambiamento è proprio tagliare con il passato se non vogliamo tornare nel vortice ballerino dei passaggi da una forza all’altra, giro di posizioni, sostituzioni e variazioni di schieramenti che rappresentano il tradimento sfacciato dell’esito elettorale. Vogliamo essere protagonisti del nostro futuro? Ripensateci, tutti i candidati ripensino alla propria posizione, rinuncino ai personalismi, sacrifichino il proprio vessillo in cambio di una vera bandiera sotto la quale procedere all’unisono, solo così avranno credibilità e potranno dare un senso alla loro disponibilità ad esporsi per il bene comune: è tanto, troppo tempo che aspettiamo. Beati i popoli che vivono il loro passato all’ombra e nel solco della loro storia perché vivranno il futuro della loro coscienza di popolo. Un solo popolo una stessa coscienza per il bene comune. O saremo non più Emigranti ma Esuli volontari. BERNARDO MERCOLINO