A cura della Redazione
Starita nemico pubblico del Pd Ormai la frittata è fatta. A sostenere il sindaco Giosuè Starita c’è una maggioranza di centro-destra-sinistra, con dissidenti di alcuni partiti. Le forze politiche che rappresentano il centrosinistra (Pd, IdV, SeL, PdCI), e che hanno concorso all’elezione del primo cittadino, sono tutte all’opposizione, ad eccezione dell’Api (ex Psdi) e di Rc. Inutile soffermarsi sulle motivazioni che hanno indotto Starita a schierarsi contro il suo partito, il Pd. Basti solo dire che oramai si era creata una frattura insanabile tra lui e il nuovo gruppo dirigente, rappresentato dal segretario Francesco Porcelli. E l’ingresso di Noi Sud in giunta è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un pretesto per emarginare l’attuale maggioranza del Partito democratico, con il concorso della minoranza interna. Ad appoggiare questa “svolta” i consiglieri dell’unico partito di centro, l’Api, e dissidenti, oltre che del Pd, anche dell’IdV, di Sel, e dell’UdC. Ma si deve anche dire che il sindaco ha lavorato per deligittimare i partiti, dividendoli al loro interno e stabilendo rapporti personali con singoli consiglieri allo scopo di assicurarsi una solida maggioranza consiliare. E non è andato tanto per il sottile perché ha imbarcato tutti quelli che ci stavano, andando a pescare a destra e a manca. Una maggioranza variegata ed una giunta “papocchio” censurata dai vertici provinciali del suo partito e che ha provocato la richiesta di espulsione dal Pd, avanzata dal direttivo cittadino, dello stesso sindaco oltre che di cinque consiglieri, tre assessori e due membri della società Oplonti Multiservizi. Una giunta che è stata costruita in momenti diversi, prima con la nomina di sei assessori, a cui si sono aggiunti successivamente altri due. E paradossalmente il sindaco ha sotratto un consigliere al Pd, il suo partito, per nominarlo assessore e per far subentrare al suo posto... uno dell’UdC! L’obiettivo era quello di ribaltare la decisione del commissario cittadino dell’Unione di Centro, Alfonso Arcamone, contraria all’ingresso del partito in giunta, rafforzando invece l’area favorevole all’entrata nell’esecutivo. Ma non è finita. A tutt’oggi (mercoledì 1 settembre) non sono state assegnate deleghe importanti quali Bilancio e Finanze, Ecologia ed Igiene Urbana. Ed è ancora vacante la carica di vicesindaco. Un fatto, quest’ultimo, che non trova precedenti negli ultimi quindici anni di vita amministrativa. Comunque, la barca è stata varata ed ora dovrà procedere nel suo cammino. Anche se sarà molto difficile perché la squadra di governo, tranne qualche eccezione, è di scarso profilo e quindi non ha la necessaria esperienza e competenza per affrontare le tante e gravi emergenze della città. Ma questo non sembra preoccupare più di tanto il primo cittadino, abituato ad affrontare personalmente le questioni maggiormente rilevanti. E se questa eterogenea maggioranza andrà avanti fino al termine della consiliatura, tra meno di due anni, è probabile che si trasformerà in una coalizione che si opporrà ai partiti ufficiali di centrosinistra ed eventualmente di centrodestra. Ma la recente storia politica di Torre ci insegna che questi esperimenti sono destinati al fallimento, come dimostrano le candidature a sindaco di Nazario Matachione nel 2005 e di Luigi Monaco nel 2007, uomini di centrosinistra ma appoggiati da forze politiche eterogenee e di centrodestra e sconfitti dalle urne. (dal periodico TorreSette di venerdì 3 settembre)