A cura di Massimo Corcione

Qui, sotto il Vesuvio, per vivere ci vuole più tempo. Non basta quello che ci viene assegnato, resterebbe sempre qualcosa da fare. Anche se di cose, non di grandi imprese, ne abbiamo fatte poche.

Ciascuno di noi potrebbe avventurarsi nell’analisi delle ragioni per cui ciò accade da sempre, ma si arriverebbe a un’elencazione infinita, un’operazione inutile e forse ulteriormente dannosa.

E di una sola cosa non sentiamo alcun bisogno: di altri danni. Ecco perché va catalogata tra le buone notizie l’acquisto di quella porzione di territorio torrese, fine di una saga che pareva eterna: potremo finalmente avere la costruzione di una palestra che la scuola media di via Murat attende dal 1989, ventisette anni ovvero una volta e mezzo il tempo impiegato da un ragazzo per completare tutto il suo percorso studentesco. In quella palestra andranno i figli dei figli di chi avrebbe dovuto frequentarla sul finire degli anni 80, un’era geologica completamente diversa.

Questo succede da noi, in mezzo una storia di provvedimenti amministrativi contestati, azzerati, ridiscussi fino a una nuova definizione che dovrebbe essere quella finale.

Posso dire che a me è passata anche la voglia di ridere, proprio come già avvenne per una vicenda ancora più disgraziata, la storiaccia dell’Ospedale di Boscotrecase. Passavi sull’autostrada e vedevi sotto la montagna uno scheletro di cemento armato, monumento all’inefficienza di tutti noi, dagli amministratori che non sapevano amministrare a noi cittadini che evidentemente non sapevamo neppure protestare per la mancata realizzazione di un’opera destinata a tutti noi. I dettagli, giorno dopo giorno, appesantivano la gravità del caso: per esempio le finestre che scomparivano causavano una retrocessione inarrestabile nella classifica dei lavori, come le strade che non comparivano. Insomma un mistero buffo che non faceva più sorridere.

Non vi siete stancati di narrare questa vita impossibile da capire per chi vive in posti diversi da questi? Nessuno, alla fine della storia, separa chi racconta da coloro che dello sfascio sono stati gli autori o i mandanti; sei trattato anche tu come un pazzariello, uno strano figuro complice più che vittima.

Ecco, noi chiediamo di essere protagonisti, di diventare protagonisti. E occorre fare, produrre, progettare. La vita così diventa più densa e forse anche più divertente. Perché non provarci?  

(Nell'immagine, veduta dall'alto - Google Maps - dell'area di via Murat dove doveva sorgere la scuola)

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