A cura della Redazione
Il richiamo della legalità Un’operazione militare per confermare che qui siamo in guerra. Una guerra non dichiarata che dura da sempre e che non è stata ancora vinta dallo Stato. Lo sgombero di Palazzo Fienga era una prescrizione assoluta imposta a Sindaco e Giunta per far sopravvivere l’Amministrazione e cancellare ogni più lontano sospetto di connivenza tra chi governa la città e chi governa l’anti-Stato. Non poteva non farsi, lo scioglimento del Consiglio Comunale sarebbe stata la conseguenza inevitabile che avrebbe colpito tutti, non solo il Sindaco. Ecco perché qualche insospettabile presa di posizione ha sorpreso, o diciamo che è apparsa di difficile interpretazione. La spettacolarizzazione è tutta un’altra questione. Palazzo Fienga non era una residenza qualunque, proprio quello sgombero deciso per ragioni di pubblica incolumità è stato forse utilizzato come Cavallo di Troia, anche se per entrare agenti e carabinieri avrebbero potuto fare a meno del provvedimento sindacale. Vedere quello spiegamento di forze, praticamente un piccolo esercito schierato, genera un senso di disorientamento. In un attimo si realizza quello che si è solo intuito: siamo nel bel mezzo di un conflitto, non solo sociale. Siamo ancora lontanissimi dalla normalità se, per eseguire un atto amministrativo, occorre organizzare un blitz. Di cui tutti sapevano, come solo in Italia può accadere. Per una volta, forse, è stato meglio così: le famiglie trovate ancora all’interno del fabbricato da sgomberare erano molte meno della quarantina censita: negli ultimi giorni molti traslochi... spontanei hanno liberato le case da sfrattare. Ora tocca gestire la nuova quotidianità, e anche questa è una sfida impegnativa. Costa soldi e fatica. Giovedì non è successo nulla, nulla di quello che si temeva. E tutti sappiamo che non è un esito scontato. E’ un piccolo grande successo. Quel centinaio di uomini che con i loro mezzi hanno di fatto occupato un quartiere erano anche un messaggio di presenza. “Lo Stato c’è” (e Torre Annunziata pure) è stato lo slogan non scritto su alcuno striscione, eppure testimoniato dal numero di garanti dell’ordine pubblico radunati all’alba in strade ancora buie. La partita non è vinta, non ancora almeno. E nessuno pensava che sarebbe stata questa la sfida decisiva. Per vincere occorre che cambiamo tutti, riducendo magari le nostre contraddizioni, rispondendo finalmente a quel richiamo alla legalità che spesso resta un principio enunciato e mai pienamente applicato. Solo il giorno in cui la trasformazione della mentalità collettiva sarà completata, la guerra finirà. MASSIMO CORCIONE