A cura della Redazione
Il calcio può davvero morire? Eccoli, i gufi appollaiati lassù: oggi dicono tutti che loro l’avevano detto, anche prima che la bomba esplodesse sabato sera a Roma. Avevano detto che il calcio è morto, che andare allo stadio è pericoloso come un safari a mani nude. Anzi, anche peggio, perché il vile Gastone intorno allo stadio girava armato, pronto a colpire un nemico da provocare, da istigare a una reazione che purtroppo c’è stata. Lo spettacolo, indegno, che ne è seguito all’interno dell’Olimpico, il ghigno feroce di Genny ‘a carogna rilanciato dalle immagini in tutte le tv del mondo, l’incivile lancio di fumogeni verso i vigili del fuoco, sono state solo le conseguenze della sparatoria di Tor di Quinto. Ciro Esposito, colpito sul campo di una guerra assurda, non sarà un eroe, ma non avrà mai pensato di giocarsi la vita per una partita di calcio, neppure per una finale mondiale. Gli effetti di quella notte interminabile si sentiranno per anni, nessuno si ricorderà della coppa Italia alzata da Marek Hamsik; la cresta dello slovacco sarà sempre associata a quel dialogo surreale con il capopopolo piazzato a cavalcioni della barriera di recinzione. Insomma Napoli-Fiorentina è stata quasi cancellata dalla memoria, restano ben definiti i ricordi del prima e del dopo. Poi arriveranno nuove norme: i nostri governanti hanno scelto di meditarle; è stata invocata la Thatcher, la signora di ferro che sconfisse gli hooligans in Inghilterra. Si sente e si legge di tutto: di celle negli stadi che oggi ospitano nascondigli per botti e striscioni vietati; di spese per la sicurezza da caricare sui bilanci di società sempre più spesso condannate per il mancato pagamento degli stipendi ai propri dipendenti. Esercizi di poca fantasia (le stesse parole vengono ripescate ad ogni allarme) e per ora di dubbia efficacia. Aspettiamo i provvedimenti reali che verranno adottati, soprattutto la loro applicazione concreta, senza aggiungere vento alla tempesta. Ma hanno ragione i gufi? E’ davvero morto il calcio? Non ci credo, e lo dico in base alla mia storia, alla nostra storia di spettatori. Non c’è nulla di più bello della gioia collettiva per una vittoria, quest’anno l’abbiamo vissuta per il Savoia dei record. La festa, quella vera (e contestata dai soliti censori) è stata puntuale, ma cadeva il giorno dopo la finale di Roma. Le notizie non possono passare così, senza una presa di coscienza. La promozione è stata conquistata, ora viene il difficile, con derby che evocano antiche rivalità e rischi concreti di violenze. Proprio le immagini che i tg ripropongono da giorni devono servire a esorcizzare il pericolo di tentativi di emulazione. Entriamo nel terzo campionato d’Italia, un traguardo che solo qualche anno fa pareva irraggiungibile. Custodiamo questo tesoro di entusiasmo e di passione, la violenza lasciamola fuori, fuori dal nostro stadio. MASSIMO CORCIONE