A cura della Redazione
Torre Annunziata vista da lontano Sono giorni che m’interrogo sul valore da attribuire alle osservazioni di quanti guardano Torre Annunziata da lontano. Io sono tra questi: da dieci anni, grazie a Torresette, occupo questa Stanza con vista sulla mia città. Non sono un emigrante pentito, forse neppure mi considero un emigrante, ma un torrese in libera (e prolungata) uscita. Questi miei dubbi mi assalgono da quando, con moto spontaneo e quasi irrazionale, ho provato un reale fastidio leggendo un paragone tra Torre Annunziata e Scampia, due facce del malessere napoletano. L’ho rappresentata subito, ma non per fare esercizio di campanilismo. Le guerre tra poveri non hanno mai vincitori. Eppure, dalla reazione di chi mi ha accusato di cecità e di provincialismo, ho capito che forse la lontananza non permette di cogliere la pesantezza della quotidianità vissuta dai torresi residenti. Chiedo anche scusa a quanti hanno sentito sottovalutato il loro disagio. Hanno elencato le realizzazioni che possiamo invidiare al quartiere più marginale di Napoli, ricordando la storia della famiglia Maddaloni, una leggenda del judo italiana immortalata in una fiction Rai. Ma, al di là delle citazioni sociologiche, mi tengo stretta la mia identità torrese, ben consapevole della condizione in cui la mia città è precipitata. Rinuncio a evocare i tempi passati, soprattutto perché ritengo che le radici dei nostri mali di oggi affondino le proprie radici proprio in quegli anni. Se siamo finiti così in basso, la colpa è di tutti; e io – come tanti, suppongo – mi sento responsabile per la mia parte. Viviamo una realtà di miseria, avendo smarrito ogni traccia di antica nobiltà (d’animo). Ci siamo sentiti abbandonati dallo Stato, traditi da coloro nei quali avevamo creduto, ingannati da chi sulla nostra pelle ha speculato, soffocati dalla camorra. Non faccio la lista delle occasioni perse e di quelle mortificate da una realizzazione penosa. Ma oggi credo ci sia bisogno di uno scatto d’orgoglio. I partiti chiedono di tornare a governare Torre attraverso propri delegati. E questo forse aumenterà il distacco che molti sentono dalla politica. La risposta, purtroppo, non può essere una mail da pubblicare sul Muro (non sgarrupato) di Torresette. Per cambiare occorre una mobilitazione. Di coscienze e di persone, soprattutto di idee vincenti che aiutino non solo a rifare il trucco, ma a rifondare la città. Non sono mai stato generoso nei confronti di noi stessi (e di me stesso). In troppi abbiamo rinunciato alla competizione, a metterci in gioco. E questo è il risultato. Così appare Torre Annunziata, vista da lontano. Non sarà una fotografia, ma neppure una vecchia cartolina ingiallita dal tempo. MASSIMO CORCIONE