A cura della Redazione
Contro la paura alziamo la voce L’America è qui. Ma non c’entra l’entusiasmo popolare che Obama riesce a suscitare per una cerimonia rituale come il giuramento, né l’economia che si risveglia dopo la più grande crisi della storia. E’ la parte peggiore dell’America, legata alle pistole facili, ai colpi vaganti, alle periferie violente. L’ultimo segnale è arrivato con una borsa con delle armi trovata accanto a una scuola: il luogo è simbolico, ma per fortuna le similitudini americane in questo ultimo caso si fermano qui. Ma i fori lasciati dalle pallottole nelle vetrine e nelle saracinesche fanno ancora più paura, tracce che la malavita lascia con significati precisi. Avvertimenti che strozzano chi li subisce e allontanano chiunque abbia anche una pallida idea di scendere in campo non per un’avventura politica, ma per tentare una disperata rianimazione della parte più povera della città. Nord e Sud non c’entrano, quello che oggi avviene da Piazza Cesàro in giù, può tranquillamente essere replicato venti metri più su, senza che nessuna barriera impedisca a questi delinquenti di proseguire nell’occupazione del territorio. Nella riconquista verrebbe da dire, pensando alla bonifica che comunque c’è stata qualche anno fa. Lo Stato lasciò le cose a metà: rastrellò boss e aspiranti per popolare oltre ogni misura le carceri e fino a svuotare apparentemente interi quartieri, ma a chi restava non ha mai offerto un’alternativa. Probabilmente un errore di sottovalutazione, certamente una interpretazione totalmente sbagliata di una realtà troppo lontana da chi allora dirigeva (bene, mi permetto di dire) il Ministero dell’Interno. Il rischio è questa sottovalutazione si ripeta nel prossimo Parlamento. La Campania è una delle regioni che decideranno il destino di vincitori e vinti, eppure viene vista come terra di conquista. La meritoria operazione di pulizia delle candidature ha determinato un effetto accessorio pericoloso per la nostra rappresentanza: i candidati, quelli più in vista, arrivano spesso da fuori, tutelati da una posizione di privilegio in lista, ma totalmente scollegati dalla storia di questa popolazione. Ecco perché comincio a rinnovare un invito già fatto in occasione di altre elezioni: a noi serve chi ci dia voce, chi a Roma urli le nostre ragioni, le faccia valere nell’aula, in commissione, nelle trattative politiche. Altrimenti a Roma arriverà solo l’eco delle pallottole; finiranno per considerarci un ghetto di cui sarà più prudente non occuparsi. Un Bronx, appunto. Off limits per chiunque voglia entrare, anche per i missionari. MASSIMO CORCIONE