A cura della Redazione
Oplonti, un tesoro da curare e proteggere Oro e decoro: stiamo perdendo tutto. Il costone crolla, i redditi familiari precipitano, e pure l’ipotesi che si possa tornare ad ammirare una delle poche ricchezze collettive rimaste a noi torresi è appesa al filo sottilissimo di una petizione popolare e alla realizzazione di un museo che possa ospitare quei gioielli. Ogni giorno che passa, diventa più difficile trovare finanziamenti e risorse. Tra rischi di default e linee di credito praticamente chiuse, realizzare i progetti che da anni riposano nei cassetti è impresa impossibile da realizzare. Ma la mobilitazione – lo ripeto con immutata convinzione – è un segno piacevolissimo di vigore, una presa di coscienza che per molti anni è stata accuratamente evitata. Oplonti, in tutte le sue forme e in tutte le declinazioni, è un tesoro da curare, da proteggere contro qualsiasi forma di scippo. Che estate, questa estate! La ricorderemo come la più povera, proprio noi che in tema di indigenza siamo maestri di vita. Riusciamo ad adattarci a ogni condizione: proprio in questa stanza abbiamo detto, qualche settimana fa, che la crisi avrebbe potuto paradossalmente generare la rinascita cittadina. Una deduzione facile facile per una crisi che ha reso tutti gli italiani meno ricchi, e noi (come al solito) i più poveri dei poveri. Le statistiche sono impietose sulla localizzazione della miseria: solo la capacità di adattamento allenata negli anni impedisce che quei numeri si trasformino in una tragedia meridionale. Restando nei confini torresi, non abbiamo avuto neppure il tempo di metabolizzare questo nostro fenomeno anticiclico, che già lamentiamo un’altra emergenza: chiude una piccola spiaggia, soprattutto ne esce definitivamente deformato il profilo di una parte del panorama cittadino. Per l’Oncino un altro sfregio in piena faccia: il più bravo dei chirurghi estetici non potrà azzerarne le tracce. Ma è il senso di inevitabile resa che sconforta: il primo crollo avvenne a inizio della stagione balenare; che cosa è stato fatto da allora? Niente. Colpa della burocrazia, della divisione delle competenze che assegna alla Provincia la manutenzione dei costoni. E quella roccia non è mai stata consolidata, mai rafforzata. Ho l’età giusta (chiamiamola così, eufemisticamente) per ricordare l’archetto naturale attraverso il quale si passava con le lance di legno noleggiate dai papà per la vogata della domenica. Uno scenario naturale che poteva anche essere preservato: tutto distrutto, invece, per deprecabile incuria. I lavori per il depuratore hanno completato l’opera di trasformazione violenta. Con un po’ d’attenzione in più tutto lo scempio sarebbe stato evitato. Quella che ora va sbriciolandosi, diventando un pericolo pubblico, sarebbe potuta diventare una splendida parete coperta dalla nostra buganvillea. Avrebbe rappresentato il confine ideale della spiaggia principale, la Marina del Sole come venne battezzata quando al potere c’era solo la fantasia. Troppa fantasia allora, troppo poca adesso che qualche idea meravigliosa occorrerebbe per venir fuori dal pantano. Là sopra, è custodito un pezzettino di storia torrese; era quello il campo di calcio che ospitò la prima finale scudetto tra il piccolo Savoia e il grandissimo Genoa: anno 1924, ottantotto anni fa. Non possiamo arrenderci a sfogliare vecchi album e a rigirare tra le mani foto ormai consumate dal tempo. Vogliamo foto nuove per Torre Annunziata, da spedire via MMS a tutto il mondo per certificare finalmente il cambiamento. Non sono sogni, ma desideri. Realizzabili, nonostante tutto. MASSIMO CORCIONE