A cura della Redazione
Per un giorno Torre urla per la libertà A volte urlare serve. Aiuta a partecipare la propria disperazione al mondo, a chi neppure immagina che esistano luoghi dove la normalità è una condizione cui aspirare. Per un giorno Torre urla per la libertà, per la libertà di continuare a esistere aggiungo io, cercando un motivo di unità là dove molti tentano di dividersi. Ecco perché la partecipazione dei ragazzi diventa fondamentale, in fondo il futuro appartiene a loro, prima o poi saranno chiamati a gestire un mondo e una città che in questo momento regalano più disillusioni che piaceri. Vederli sempre e solo come spettatori impotenti e spesso inerti non si può, devono diventare protagonisti del nuovo. Qui c’è da ricostruire dopo che qualcuno ha abbattuto storia e vita. Siamo sommersi dalle macerie, in senso materiale e metaforico. Le responsabilità sono di tutti noi, anche di chi per scelta o per professione parla sempre male di tutto e di tutti senza proporre un’alternativa. La marcia è occasione di adesione popolare a un’idea che tocca il nostro presente e il nostro futuro. Simboleggia anche fisicamente la riconquista di un territorio che per troppi anni è stato sottratto allo Stato. La presenza dei ragazzi e la colonna sonora di una musica coinvolgente serviranno a dare sapore e colore a una manifestazione che chiude la settimana dedicata alla riflessione: si parla di legalità, come si fa a essere contro? Trasformare la questione in momento di divisione sarebbe autolesionismo puro. In un giorno come questo perfino le contrapposizioni elettorali andrebbero accantonate in nome del bene comune. Non è retorica, ma l’ennesimo tentativo di trovare un’unità che tornerebbe utilissima per rafforzare le richieste a chi ci governa dall’alto: Napoli o Roma fa poca differenza. Poi si apra pure la gara su come migliorare l’esistente, su cosa fare perché il concetto di legalità illumini costantemente i comportamenti di ciascuno. Da quel punto può cominciare la battaglia elettorale, quella finora fatta di schermaglie dialettiche, di grandi manovre, della moltiplicazione delle liste e dei nomi. A chi sceglie di proporsi come candidato va il rispetto di tutti, è sicuramente più facile restare a guardare, ma il ruolo di aspirante consigliere va riempito di contenuti, non è una gara podistica alla quale ci si iscrive solo perché fa moda. C’è una malata grave da salvare, la nostra Torre. Tutti in marcia, allora, urlando per una volta tutta la nostra rabbia, ma stavolta non per gioco: per la libertà. MASSIMO CORCIONE