A cura della Redazione
Il nostro presente ferito da una pallottola Dagli indizi siamo passati alla prova: a Torre Annunziata quel precario stato di pace è già cessato, il livello di guardia va immediatamente elevato a livello di allarme. L’episodio della sparatoria, con ferimento di un passante, davanti alla Stella Verde è solo l’ultimo segnale. Contano poco, e francamente sono poco interessanti, le discussioni sulla geografia della camorra, sulla ripartizione delle zone, sulla guerra tra clan. Noi dobbiamo pretendere che la nostra vita torni libera, non condizionata dalle paure, dalla psicosi che pallottole vaganti possano colpire così, a caso, quasi la vita fosse per tutti una roulette russa. E’ stato rimosso anche un altro dei luoghi comuni, delle certezze topografiche sulla collocazione della malavita. Torre nord - come si definisce, con un’esagerazione francamente incomprensibile un tratto di Corso lungo tutt’al più mille metri - non è un’isola felice, addirittura non è un’isola. Soffre le stesse emergenze di tutta la città, non esiste una patente di perbenismo che la renda immune. Siamo tutti inguaiati, indipendentemente dall’indirizzo di residenza. In piena campagna elettorale, la sicurezza dovrebbe essere un tema centrale, ben più importante delle alleanze. E’ un’esigenza trasversale che investe tutta la popolazione, non può conoscere divisioni di parte. Chi non si pone il problema diventa automaticamente complice di una situazione devastante. E finora non mi sembra che il dibattito sia partito, neppure quello più scontato, come se in qualcuno ci fosse qualche difficoltà ad affrontare l’argomento. Questione di competenza o paura di inimicarsi i grandi collettori di preferenze? Ma tornare terra di nessuno equivarrebbe al ritorno nei tanti medio evo che abbiamo attraversato, epoche in cui la barbarie prevaleva sulla civiltà, e l’isolamento diventava l’unica condizione possibile. Mi rendo conto che è triste evocare i tempi in cui l’esercito presidiava gli ingressi a Torre, quasi fossimo in un posto di frontiera mediorientale, eppure quella presenza era rassicurante, così come vedere l’allora capitano Toti girare con la sua pattuglia di carabinieri a piedi, controllando identità sui loro computerini, imponendo casco e cinture di sicurezza, ristabilendo insomma quelle elementari regole di convivenza che chi-sa-perché ci ostiniamo a violare. E’ vero, era una città presidiata, dove si aveva l’impressione che qualche libertà venisse compressa, ma il risultato era assolutamente apprezzabile. L’ideale sarebbe fare a meno dei controllori, ma viviamo in una dimensione molto lontana da quella ideale. Sono questi anche i giorni della grande trattativa sul lavoro e sulle norme che dovranno regolare i nuovi contratti. Il governo assicura che se la riforma passerà, si innescherà un meccanismo virtuoso: le aziende saranno molto più disposte a investire e ad assumere, la piaga della manodopera in nero sarà curata fino alla guarigione di questo sistema malato. Tutti bei propositi, tutti sottoscrivibili, ma non esisterà mai imprenditore interessato a investire là dove non c’è sicurezza. E questa è una indubitabile certezza. Ecco perché a Torre la battaglia non potrà essere persa. In gioco c’è la nostra vita: il nostro presente, ferito da una pallottola destinata a scatenare l’ultima faida, ma anche il nostro futuro di cittadini. Stavolta noi abbiamo un’arma, la più democratica, la meno sanguinaria, ma sicuramente la più efficace: la scheda elettorale. Lo ricordi soprattutto chi, prima o poi, verrà a chiedere il nostro voto. MASSIMO CORCIONE