A cura della Redazione
Savoia, è il momento della celebrazione Nel paese delle contraddizioni, il calcio non fa eccezione. Siamo la regione più disastrata del Paese, siamo gli italiani più poveri, quelli che più di tutti sentono la mancanza del lavoro o ne sopportano pesantemente la precarietà, eppure stiamo vivendo una stagione magica, almeno nel calcio. Non pensate solo al Napoli che vive un rinascimento calcistico imperioso, mentre la città affonda sotto debiti e monnezza. Ci sono anche la Nocerina che ha già conquistato la serie B, e le altre squadre che ancora possono sperare nello stesso salto, soprattutto c’è il Savoia che poi è la favola alla quale ogni torrese è legato dall’infanzia e affascina più d’ogni altra impresa sportiva. Ha vinto un campionato condotto come una cavalcata trionfale, senza mecenati, senza ricconi che hanno finanziato un progetto personale. Per una volta è davvero una storia nostra, concepita, sviluppata e realizzata all’interno del confine comunale. Chiamiamola pure un esempio, magari con un pizzico di retorica, ma è davvero la dimostrazione di come si possa fare bene anche partendo da questa terra stupenda e disgraziata. Eravamo spariti dalla geografia nazionale: che fine ha fatto il Savoia? E’ stata la domanda alla quale per un anno ho dovuto tristemente rispondere. Da qualche settimana sono io che snocciolo i nuovi record: tredici, quattordici, quindici vittorie consecutive quindi la Promozione. Un segno per dire: stiamo tornando. Grazie a chi ci ha creduto, grazie a chi ha superato le critiche delle prime giornate, le polemiche sul nome, le dispute sulla continuità della tradizione. L’unità la determina la gente, siamo noi a dichiarare che la storia continua e l’interruzione è stata solo un maledetto incidente di percorso. Questo è il momento della festa, della celebrazione di un’impresa comunque da raccontare: non ricordo a memoria di tifoso una presenza tanto massiccia di protagonisti locali tra gli artefici di questa vittoria. Forse solo il Savoia dei Farinelli si avvicina. Non quello che approdò per la seconda volta in serie B, non la squadra più bella di sempre (quella con Zanotti in panchina e Boesso, Busiello, Villa, Malvestiti, Peressin, ma questo è un giudizio personale e dichiaratamente nostalgico). Allora molti arrivavano dal profondo Nord: Lombardia, Friuli, Veneto secondo un’emigrazione a rovescio rispetto ai flussi che oggi vedono tanti ragazzi in partenza dal Sud. Stavolta presidenti, dirigenti, allenatore, tantissimi calciatori sono tutti made in Torre. Un’origine che troppo spesso viene occultata o confusa all’interno della più generica definizione di napoletani. Il Savoia contribuisce fortemente alla nostra identità, questa promozione restituisce l’orgoglio del campanile, un concetto che apparirà un po’ demodé in tempi di Europa allargatissima, ma che serve tantissimo a conservare anche le radici culturali. Allora festeggiamo pure, tutti insieme: magari qualcuno s’ispira a questo successo e prova pure a emularlo nella vita quotidiana. Una vittoria sportiva durerà pure una sola estate, ma almeno per qualche mese aiuterà a vivere meglio. Nel frattempo potremmo pure attrezzarci perché continui ancora. MASISMO CORCIONE