A cura della Redazione
Vigili, concorso senza fila di clienti Ci sono numeri che sono finiti sommersi dai racconti boccacceschi di cui ci cibiamo nelle ultime settimane attraverso giornali e televisioni. Sono le cifre sulla disoccupazione giovanile che ha raggiunto, anche a livello nazionale, livelli che sembravano essere nostra esclusiva peculiarità. Che fine faranno i giovani, quei ragazzi che le statistiche indicano insieme lontani dallo studio e dal lavoro? Quando l’Italia tutta piange, il Sud vive una situazione disperata. I dati confermano quello che quotidianamente tocchiamo con mano, ma vederselo scritto davanti agli occhi fa sempre un altro effetto. Siamo alla replica di una tragedia collettiva già vissuta in tempi che parevano definitivamente archiviati nella loro drammaticità. Il concorso pubblico, per qualche generazione considerato un ripiego da mezzo Paese, sta tornando prepotentemente appetibile. Nel piccolo universo torrese l’attesa per i posti a tempo determinati annunciati nel Corpo dei Vigili Urbani ha già toccato vette di ansia familiare, come le aspettative per la naturale sostituzione nell’esercito dei dipendenti comunali, gran parte dei quali venne arruolato una trentina di anni fa, beneficiando di una legge speciale sull’occupazione, la 285. Un numero, quello, che generò fin troppa tranquillità e alimento pure qualche clientela. Pensare oggi a un intervento legislativo che possa assecondare questo indifferibile bisogno di lavoro è semplice utopia. Senza cedere alle scontate battute sulle soluzioni trovate da procaci signorine. Non resta che affidarci alla inevitabile staffetta tra padri e figli: un calcolo, però, solo aritmetico, perché molti dei posti occupati per decenni dai genitori sono destinati a essere accantonati e non rimpiazzati. Resta la consolazione che il Sistema ancora non è riuscito a trovare il modo di fare a meno dei lavoratori. In attesa del cambio si assiste a un terribile conflitto a distanza tra chi rischia di perdere l’occupazione e chi vive aspettando di trovare una qualche collocazione. Personalmente vivo in un settore in cui gli editori (soprattutto della carta stampata) puntano ad assottigliare gli organici e una massa di giovani leve molto intraprendenti chiede di entrare in un mestiere che è sempre più tecnologico e sempre meno romantico. Lo scontro generazionale è forte, fortissimo, anche se sotterraneo. Con il Sindacato eternamente spaccato tra chi si arrocca e chi si apre: niente di nuovo, se confrontato con quel che ci capita di assistere in altri mondi. Leggere decine di curricula, esaminare personalmente decine di aspiranti procura spesso un senso di impotenza. Vorresti prendere tutti, concedere chance (è l’espressione più usata dai ragazzi quando si presentano), ma purtroppo non è possibile. Meglio allora un concorso, a patto che si faccia in fretta e senza aspettare che si formino file di clienti. MASSIMO CORCIONE