A cura della Redazione
Vancouver, panorama familiare L’importante sarà pure partecipare, ma qui tutti vogliono vincere. Seconda cartolina dall’Olimpiade, scrivo da uno studio vista mare, in alcune ore del giorno la vista mi ricorda il panorama a me più familiare, faccio fatica a pensare di essere qui a Vancouver per i Giochi della neve. I protagonisti annunciati, gli atleti, li vedi sbandati, fuori del loro habitat. Sono montanari, spesso con nomi stranieri e il tedesco come prima lingua. Eppure li hanno trascinati qui, tra ristoranti di pesce e piccole insenature. E’ la grande contraddizione di un business che ha portato una colossale organizzazione in riva all’Oceano. I rapporti con il mare si fermano qui, e a una pattuglia di operatori che forma la squadra televisiva italiana. Arrivano tutti da Napoli, la confusione che circonda questo tipo di happening li avvantaggia, è come se giocassero in casa. 130mila sono gli italiani d’origine che vivono nello Stato, ma siamo lontanissimi dal cliché dei paisà che t’immagini in una Little Italy. Perfino i ristoranti e le pizzerie sono piccole concessione alla retorica a uso e consumo dei turisti: niente nostalgia melensa, ma radici conservate con rapporti sistematici e perfino con aiuti mirati destinati ai luoghi di provenienza. Non ho incrociato torresi, impossibile che non ce ne siano, per esperienza diretta ne ho incontrato dappertutto, ma stavolta è caduto nel vuoto anche l’appello lanciato via internet. Peccato, però non demordo. I palazzi della città nuova sono stati tirati su per la gran parte da italiani: architetti e costruttori più che manovali. Siamo arrivati anche per sviluppare la ricerca, scienziati che la nostra Università ha di fatto costretto all’emigrazione. L’integrazione è perfettamente riuscita, proprio grazie al mare e al clima molto meno rigido rispetto alla costa atlantica. Pure i ritmi sono quelli nostri: senza fretta, anche il fuso aiuta a prendersela comoda. Il caos provocato dall’invasione di atleti, giornalisti e tifosi ha rotto l’equilibrio, soprattutto ha provocato una scossa di rabbia nella massa di diseredati che convivono con una ricchezza che neppure li sfiora. Vogliamo case, non giochi: lo slogan è stato prima sussurrato e poi gridato in un crescendo sfociato in un assalto alla strada dello shopping, il punto della città in cui la contraddizione tra ricchi e poveri è più evidente. Anche per loro l’importante sarebbe partecipare. Violenza a parte, li ho sentiti molto vicini a noi. MASSIMO CORCIONE