A cura della Redazione
Noi, ammalati di ottimismo torrese Due telefonate in poche ore, meglio di un viaggio nella macchina del tempo. Per una volta racconto cose personali, che poi sono sempre cose torresi, quindi teoricamente dovrebbero interessare tutti voi. Prima Antonio Manzo, uno degli animatori del Caffè Letterario e di Radio Nuove Voci, poi Maria Orsini, Nostra Signora delle Lettere: non potrebbero esserci personaggi più diversi, per generazione, per formazione, per aspirazioni; dalla doppia conversazione ne sono uscito arricchito e anche più carico di speranza. Non sono giorni felici questi per Torre Annunziata; l’emergenza lavoro è sempre più drammatica, per la Zona Franca Urbana siamo appesi a un filo, pronto a spezzarsi se le ragioni del Nord dovessero prevalere sulle ragioni del Sud. Ecco perché si sente forte un bisogno d’evasione, la necessità di volare un po’ alto, almeno per un momento, il tempo di una telefonata che spezza una normale giornata di lavoro. Che il pensiero corra spesso a Torre, credo l’abbiate capito, ma è vero anche che un senso di impotenza mi prende quando penso a qualche soluzione, a una via di fuga non dalla città, ma dalla crisi che imperversa da decenni. Antonio è un giovane e vorrebbe disegnare un futuro diverso, dove a tutti possano essere concesse opportunità oggi negate. Diciamo pure che è un sognatore, ma di quelli attivi che si danno da fare per cambiare le cose, le iniziative del Caffè Letterario dimostrano una vivacità che fa bene a tutti. Un po’ come accadeva in tempi lontani con il Club del Giovedì sera, ricordo ormai remoto che rappresentò un altro momento di fermento torrese. Il riferimento serve per costruire un ponte verso Maria Orsini, straordinaria narratrice della nostra storia, che con orgoglio impossibile da nascondere mi ha annunciato un’iniziativa curata insieme al Rotary per apporre una targa davanti a ogni antica sede dei pastifici torresi. Per una volta non è un’operazione-nostalgia, ma indirettamente un’idea per la Zona Franca (ammesso che trovi realizzazione l’ultimo compromesso). I cento pastifici del secolo scorso non erano stabilimenti industriali quali oggi potremmo concepirli, ma poco più di aziende familiari, con i laboratori spesso messi al piano terra del palazzo nel quale il padrone viveva con i suoi. Quella fu insieme la forza e poi il limite, diventato intollerabile quando, per contrastare le grandi industrie, sarebbe stato utile almeno consorziarsi. Ad ascoltare la signora Orsini rimarresti ore, incantato dalla capacità affabulatrice, senza però finire imprigionato nei labirinti della memoria: La via d’uscita è sempre lì, con vista sul futuro proposta proprio da lei, innamorata pazza della sua città. Come Antonio, come tutti noi, ammalati cronici di ottimismo torrese. MASSIMO CORCIONE