A cura della Redazione
Stiamo morendo tra l´indifferenza C’è una cosa più insopportabile dell’incapacità a risolvere un problema: l’indifferenza rispetto allo stesso. A Torre Annunziata siamo maestri nella tecnica subdola di evitare la questione, di considerarla tra le cose del passato anche se accadono oggi. Ci hanno tolto, uno dietro l’altro, tutti i cinema - anche per colpa nostra, perché preferivamo per snobismo frequentare quelli di altre città - e di fatto abbiamo rinunciato all’idea di poter scegliere in quale sala andare. Ci hanno pure tolto il liceo - in migliaia raccontiamo di aver studiato in una scuola che non esiste più, il mitico Benedetto Croce - e tranquillamente abbiamo sopportato. Ci hanno negato di poter scrivere sulla carta d’identità dei nostri figli: nato a Torre Annunziata, perché qui non si può neppure nascere, e tutto è passato sotto silenzio. Ci stanno lentamente togliendo il mare, e tutti (o quasi) abbiamo scelto la via dell’esilio estivo verso posti dove non varrebbe la pena trascorrere neppure un’ora del nostro tempo libero. Il lavoro? Quello ce lo hanno tolto sempre, coinvolgendoci in scelte sciagurate che hanno fatto arricchire pochi e impoverire tutti, intesi come singoli e come Stato. E la reazione è stata la stessa: adattamento immediato alla nuova situazione, invocando elemosine più che aiuti. Qualche anno fa avremmo detto tutti: toglieteci ogni cosa, tranne il Savoia, ma stavolta ci stanno togliendo pure quello e l’indifferenza è la stessa. Come se il Male fosse il compagno d’avventura nella vita collettiva della città. Tutt’al più si tira in ballo l’Amministrazione Comunale, sollecitando un intervento che non potrà mai arrivare alla gestione di una società sportiva. Il tentativo, l’estremo, di scrollarsi dalle spalle ogni responsabilità. Se tutto va male, se perdiamo sempre nelle partite che contano, se arretriamo costantemente, la colpa è nostra, della nostra maledetta indifferenza e del sadico piacere che proviamo piangendoci addosso. Se fossimo andati al cinema o a teatro, nessuno avrebbe pensato di chiudere esercizi pubblici che producevano reddito. Non vale ribattere con l’argomento della crisi nazionale, con la fuga degli spettatori dai cinema di mezz’Italia: qui la crisi è cominciata ben prima e non può essere imputata ai Blockbuster e alla tivù a pagamento. Se ai ragazzi fosse stata inculcata la passione per gli studi classici, il Ministero non avrebbe accorpato il Croce ad altri istituti. E anche qui non diamo la colpa ai professori, alla loro severità, a qualche eccesso didattico: la scuola non è mai stata un circolo ricreativo. Se davvero avessimo amato il nostro mare avremmo inchiodato i responsabili alle proprie colpe, senza finire per essere complici conniventi. Se non avessimo abbandonato i nostri posti allo stadio, il Savoia avrebbe avuto garantita una tranquilla sopravvivenza, in attesa di un rilancio che resta affidato (almeno in queste categorie) alla munificenza di un finanziatore. Per troppi anni siamo stati in balia di improvvisatori, hanno fatto quel che hanno voluto senza che nessun controllo popolare venisse esercitato, ci siamo defilati e il calcio locale è scivolato in posizioni sempre più marginali nelle nostre discussioni. Inter, Juventus, Milan e Napoli solo nove anni fa avevano diritto di piccola cittadinanza nelle parole dei tifosi torresi, ora sfido chiunque a citare almeno quattro nomi di calciatori tesserati (fino a quando?) per la squadra di Torre Annunziata. L’agonia del Savoia prosegue inesorabile e nessuno sembra interessato a trovare una cura. Esiste ed è poco costosa se condivisa: un’autotassazione, un abbonamento fuori stagione, secondo le capacità economiche di ciascuno. Non è un salvataggio, ma una soluzione tampone che può passare attraverso un fallimento senza la vergogna di una esclusione dal campionato. Se davvero il Savoia è importante nella nostra storia di torresi, qualche migliaio di volontari in giro per l’Italia non si dovrebbe far fatica a trovarli. Se invece del Savoia non importa niente a nessuno, allora chiudiamo pure bottega. Ma che nessuno venga a ricordarci i tempi belli di una volta. Di ricordo in ricordo stiamo lentamente morendo. MASSIMO CORCIONE