A cura della Redazione
The Oplontis Project, da Torre Annunziata agli States Il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno”, con la collaborazione dell’Assessorato alle Politiche culturali della Città di Torre Annunziata ed il Liceo artistico statale “Giorgio de Chirico” di Torre Annunziata, ha promosso, il 3 ottobre scorso, il terzo incontro annuale di divulgazione scientifica legato alle opere di scavo, studi e ricerca (conosciute sotto il nome “The Oplontis Project”) condotte presso i siti archeologici oplontini dall’équipe dell’Università del Texas in Austin (Stati Uniti). Il tema del convegno, che si è svolto nell’auditorium dell’Istituto scolastico diretto dal prof. Felicio Izzo, è stato “La musealizzazione di Oplontis negli Stati Uniti d’America nel biennio 2016-2018”. Per l’occasione sono intervenuti il prof. John R. Clarke, docente di Storia e di Storia dell’Arte dello stesso ateneo statunitense, co-direttore di “The Oplontis Project”, la dottoressa Antonella Bonini, archeologa da poco in forza al sito archeologico di Oplontis al fianco del direttore Lorenzo Fergola, intervenuta in rappresentanza del Soprintendente di Pompei, l’assessore Antonio Irlando, il preside del Liceo Artistico ed ex assessore alla Cultura di Torre Annunziata, Felicio Izzo. A far da cornice all’incontro, due rievocatori torresi di straordinaria valenza, Alfredo Scardone e Antonio Falcolini, che hanno allestito un’interessante mostra di reperti ritrovati nell’area oplontina fedelmente riprodotti grazie alle loro oculate conoscenze storiche concentrate sull’epoca romana. Molto vasta la tipologia del pubblico che ha voluto prendere parte alla discussione. Dai “semplici cittadini”, curiosi di approfondire le proprie conoscenze sul bene più grande che la città offre, agli attivisti di alcuni gruppi culturali che da tempo si stanno battendo per la valorizzazione del vastissimo patrimonio archeologico dell’area vesuviana. Durante il convegno, è stato il prof. Clarke, parlando un buon italiano, a tenere alta l’attenzione. Il docente statunitense, in primis, ha voluto evidenziare i risultati conseguiti durante questi ultimi anni di ricerca presso i nostri siti archeologici, mettendo in risalto particolari straordinari di quei tragici momenti vissuti nell’area vesuviana prima dell’eruzione del 79 d. C.. Sono stati illustrati, tramite lo studio legato al recupero dei frammenti pittorici ritrovati in alcuni depositi della Villa “A” - meglio conosciuta di “Poppea Sabina” - e riassemblati, quali siano stati gli effetti dell’impatto della nube ardente su alcuni ambienti di questo edificio. Clarke ha sottolineato l’importanza di questo recupero durante il quale sono stati reperiti frammenti di affresco di straordinaria valenza artistica, nascosti nei depositi per oltre quarant’anni. Il lavoro degli esperti è servito innanzitutto, dopo un primo intervento di ricostruzione, ad individuare la loro esatta locazione per poi, successivamente, essere catalogati e fotografati. In conseguenza, il team di “The Oplontis Project” ha realizzato un catalogo digitalizzato forte di migliaia di riferimenti pittorici prima mai considerati. A dimostrazione di questo certosino lavoro il professor Clarke ha presentato alcune ricostruzioni tridimensionali di come e dove questi riferimenti pittorici dovevano essere posizionati in origine, ricevendo il plauso di tutti gli astanti in sala. Successivamente l’attenzione è poi stata rivolta al vaglio di quanto è stato fatto fino ad oggi nell’area archeologica di Lucius Crassius Tertius - Villa “B” - sita tra Via Cavour e Via Gioacchino Murat. Il sito, molto diverso per peculiarità di destinazione d’uso rispetto alla Villa “A”, ha suscitato grande interesse da parte degli studiosi facenti parte del team statunitense, e non solo. A destare l’attenzione dei ricercatori, ovviamente, sono state la vocazione commerciale, in antichità, del sito e la moltitudine di riferimenti di vita quotidiana riscontrati nell’area. In particolare, si è voluto sottolineare l’importanza rappresentata dai 54 corpi rinvenuti in una delle fornici, o magazzini, dell’edificio, che una volta dovevano essere a pochi metri dal mare. La loro presenza in quell’ambiente fa sì che essi rappresentino, ad oggi, una fonte insostituibile di studio per gli antropologi di tutto il mondo. Clarke ha esortato di poter quanto prima effettuare degli studi analitici su quei corpi in quanto essi possono raccontare nei minimi dettagli gli aspetti della vita dell’epoca. La discussione è poi virata sugli aspetti architettonici dell’edificio ed i ritrovamenti di una mole impressionante di recipienti - anfore e altro - utlizzate un tempo per la commercializzazione dei prodotti che ivi venivano stoccati. Dopo questa prima fase esplicativa, dedicata ai risultati delle ricerche sul campo, si è passati all’illustrazione delle opere di allestimento già in atto negli Stati Uniti e che dovranno poi accogliere i reperti oplontini nel biennio 2016-2018. I “nostri” reperti, una volta varcato l’Oceano, saranno protagonisti assoluti, come annuncia il professor Clarke, in quattro mostre che verranno realizzate in altrettanti Stati - Michigan, Montana, Massachussetts e Texas - e che avranno come unica tematica “L’otium e il lusso in età neroniana nel sito di Oplontis”. Come illustrato, le aree espositive esclusivamente dedicate ad Oplontis, saranno suddivise in due diversi contesti: uno dedicato alla Villa “B” e l’altro alla Villa “A”. In ognuno dei contesti saranno messi in evidenza le peculiarità più importati emerse dai due edifici, tra cui una parte degli ori ed il famoso forziere che li conteneva, rinvenuti dallo scavo della Villa “B”, una parte del corredo marmoreo emerso dallo scavo della Villa “A”, più un numero straordinario di altri reperti di diversa natura che serviranno ad illustrare i vari particolari della vita trascorsa tra le mura di queste straordinarie persistenze romane. Concludendo, il professor Clarke ha voluto sottolineare l’importanza di una mostra del genere, soprattutto in termini di ritorno d’immagine per la nostra città, in quanto ha come riferimento un unico contesto archeologico e non un insieme di oggetti provenienti da varie località, come quasi sempre avviene. Per quanto riguarda i costi che gli statunitensi saranno costretti a sopportare per il trasporto, le assicurazioni, i vari dazi imposti dalla legge italiana per il prestito dei reperti e gli allestimenti in patria, questi saranno tutti a carico delle varie università che si sono rese partner per l’organizzazione delle mostre. E, visto che si tratterà di installazioni rivolte ad un pubblico per lo più accademico, non sarà imposto nessun ticket d’ingresso per gli studenti dei vari atenei statunitensi che vorranno visitarle. Un’opera che andrà di certo a favore di una parte dei reperti richiesti, sarà quella del loro restauro e ripulitura parziale. Già a godere di questi interventi sono i frammenti pittorici che raggiungeranno le mostre, i quali già da circa dieci giorni sono stati inviati a Roma, presso alcuni laboratori altamente specializzati, per gli interventi necessari. A finanziare queste prime opere di restauro, costate in totale 27.000 euro, è intervenuta anche la Soprintendenza Speciale di Pompei, che ha corrisposto un contributo di 18.000 euro. A conclusione, l’auspicio del professor Clarke è stato quello di poter chiudere il tour dei reperti con una mostra (dalle stesse modalità con cui si svolgerà negli USA) da effettuarsi, poi, sul territorio oplontino. VINCENZO MARASCO (dal settimanale TorreSette del 10 ottobre 2014)