A cura della Redazione
Cordoglio per la scomparsa del dirigente scolastico Franco Ventorino E’ scomparso oggi il prof. Francesco Paolo Ventorino, 65 anni, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo «Sancia D’Angiò» di Trecase. Docente di lingua straniera, ha lungamente prestato la sua opera di educatore all’Isis Pitagora-Croce di Torre Annunziata. L’amico e collega Felicio Izzo ne ricorda le immense doti umani e professionali. Delle colombe la più pura volò via. Degli amici il più antico. E caro. Quando viene a mancare qualcuno, qualche persona cara, se ne ricordano sempre gli aspetti più “seri”, le virtù più istituzionali. Si tende a farne un santino. Si finisce per proporre la bella, talvolta la bellissima, copia di ciò che veramente è stato. Magari perché si parla con la deformazione dell’affetto, tanto più intenso in quel momento. O perché è l’emozione, il dolore, le loro urgenze, a dominare sentimenti e ragione. Con Franco questo rischio non si corre. Non c’è bisogno di emozione, di dolore, di affetto, che pur ci sono; e tanto sentiti. Non c’è bisogno di emozione, di dolore, di affetto per dire che era una persona autenticamente buona. E lo possono ricordare i tanti ex alunni che ho visto in chiesa. Ragazzi divenuti uomini venuti a salutare il professore, a comunicare il senso più profondo del nostro lavoro che resta, per chi ci crede, il più appassionante, un’avventura dello spirito, un’esplorazione di mondi possibili e affascinanti. Perché questo è il motivo di maggior conforto che viene alla nostra professione: il riconoscimento del segno che abbiamo lasciato. Pensate succede a tutti i docenti, anche a quelli di minor talento. Figuratevi con Franco. Non ce n’è uno dei suoi alunni e, ripeto, sono stati tantissimi, che gli possa attribuire anche solo un indizio di amarezza, di “dolore”, che so… per un rimprovero, come quando nei corridoi di Cristo Re urlava – ma erano urla, quelle? – qualcosa del tipo “Gioventù…in classe!”. Sì, “gioventù”, era un suo modo di dire, un vocabolo vetusto preso a prestito dal codice del servizio militare e che a quelli dei miei anni, che erano anche i suoi, ricordava un’edicola con libreria – ancora un luogo di sogni, quindi – sotto il ponte della vesuviana. Quanto ai brutti voti, poi, erano così rari che quasi non ne ricordo! Perché a lui, autentico viandante dell’anima, bastava talvolta anche solo uno YES (insegnava inglese), uno YES anche alla più articolata delle domande per premiare la lucida sintesi dello studente, la sua prontezza concisa e profonda. Era una professore “bravo”, come si dice tra i nostri studenti. Una persona buona, dico io. Ma la parola che più d’ogni altra per me lo identifica col mondo è ELEGANZA. Un’eleganza d’altri tempi, perché Franco era un uomo, un signore, d’altri tempi, di una raffinata eleganza interiore. Ed elegante lo era davvero. Lo era anche formalmente. Il vezzo del cappello a larghe falde… Quante gliene ho dette! E poi la leggerezza delle mani, nobilmente ossute, eleganti, appunto, come quelle degli eroi dei romanzi dell’Ottocento. E, ancora, quel vestito estivo che, in agosto, ne esaltava il candido incarnato in opposizione alla mia tenuta balneare e alla pelle verniciata di melanina, io che già in primavera ai controlli in aeroporto, quando viaggiavamo insieme, ero fermato come plausibile mediorientale, con lui che interveniva a garantire per me, ad assicurare che, al di là delle apparenze, ero anch’io un prof., “quasi quanto lui”, precisava. Perché Franco era un uomo di spirito, molto british, ovviamente. E tanto ci siamo divertiti, e con noi i molti colleghi, compagni di tanti “viaggi d’istruzione”. Formavamo un’autentica coppia di comici, talvolta anche involontari. Qualcuno ci considerava, ci “vedeva” come due fratelli, sicuramente diversi, quanto a morfologia e complessione. E questo, chissà, contribuiva al successo della coppia. Lui alto, sottile, aristocratico, bello, elegante, decisamente british; io tracagnotto, brevilineo – e molto breve -, dissacrante, osco, di animo e di lingua. Quanti episodi nei nostri viaggi e quante storie ne sono sorte. Di alcune neanche più noi eravamo in grado di stabilirne i limiti tra l’accaduto e l’aggiunto, tra il vero e l’inventato, per ragioni di copione. Eravamo compagni di camera, anche lì con costumanze, abitudini, orari così diversi. Eravamo compagni di camera e lo siamo anche adesso. Di quella che chiamo “la stanza della memoria sempre presente”. La stanza delle porte che si aprono quando meno te l’aspetti. Quella stanza, col trascorrere del tempo, sempre più affollata, animata di voci che nella mente risuonano vive; abitata da volti con i quali, più passano gli anni, più ci si sorprende, quasi con vergogna, a dialogare, con l’illusione, tante volte vera, di sentirli, di sfiorarli, di accarezzarli. Nessuno è al buio o in silenzio nella “stanza della memoria sempre presente”. Per questo non mi manca Franco, né mi può mancare, perché tanto è stato quel che mi ha dato in vita. Vorrei che non mancasse a voi, alla sua città, alla Scuola. E c’è solo un modo: onorarlo col rispetto che merita. Far prevalere per una volta la discreta saggezza del cuore, sulla logica dei numeri, dei conti, degli opportunismi. Si sappia essere degni di Franco. Ma non per lui. Dovunque sia adesso, e se sia, di certo è lontano dalle nostre miserie che ci fanno “tanto feroci”. Si sappia essere degni di Franco. Non per lui, ma per la Scuola, la città, per noi tutti. Significherebbe aver appreso anche solo un momento della sua lezione di rispetto, bontà ed Eleganza. FELICIO IZZO