A cura della Redazione
Una tradizione centenaria: rivivono i pupi di Lucio Corelli Rivedremo a Torre Annunziata le dispute tra Orlando, Rinaldo e Gano di Maganza? Pare proprio di sì. Se l’opera dei pupi di Corelli ritornerà sulle scene, il merito è in primis del tenace Lucio Corelli, erede di una illustre dinastia di pupari formatasi alla scuola napoletana. Insieme a lui si deve dire grazie a monsignor Raffaele Russo che, oltre ad essere Rettore della Basilica della Madonna della Neve, amministra la Parrochia San Francesco di Paola, situata in quello che era una volta l’antico borgo marinaro che diede le origini alla città "moderna". Un cumulo di macerie e palazzi fatiscenti, lasciati dalla guerra e dallo scoppio dei carri del gennaio 1946, che per una trentina d’anni è stato quartier generale della cosca dei Gionta. Terzo esponente promotore dell’iniziativa è Filippo Germano dell’associazione Essoesse Cultura Ambiente, promotrice dell´iniziativa. Monsignor Russo nella conferenza stampa tenuta sabato 24 novembre nel teatro della Parrocchia di San Francesco di Paola, ha spiegato: «L´obiettivo è quello di creare un interesse culturale radicato nella tradizione popolare per i ragazzi ed un’occasione speranza per quando diventeranno più grandi». Il teatro dei pupi di Lucio Corelli è il prezioso retaggio di tre generazioni di pupari. I pupi torresi sono altra cosa rispetto a quelli siciliani. Sono azionati da un’asta di ferro e da fili ausiliari. Alti circa un metro, hanno la mano che si articola in modo da impugnare la spada e riporla nel fodero. Gambe e polsi sono snodabili ed estremamente mobili. L’origine dei pupi parte dal teatro greco. Sembra che siano arrivati a Napoli al seguito della corte spagnola nel 1646. Sta di fatto che nell’Ottocento, la Capitale partenopea aveva molti teatrini dei pupi. Famoso il “Teatro di Donna Peppa” e la “Stella Cerere”, fondato nel 1875 da Giovanni De Simone. Della sua compagnia facevano parte esperti pupari tra cui Nicola Corelli, nonno di Lucio. Alla fine dell’Ottocento, Corelli si trasferì con la sua famiglia a Torre Annunziata ed aprì un teatrino a via Fortuna. Da allora seguirono alterne vicende e tre generazioni di pupari fino alla crisi degli anni ´50, che coincise con l’affermarsi della televisione. La compagnia Corelli allora divenne prima itinerante poi chiuse i battenti nell’indifferenza della società civile, che nulla fece per salvare quel pezzo di tradizione che aveva forgiato intere generazioni. Il repertorio dell’opera dei pupi (versione Corelli) è epico–cavalleresco. I contenuti risalgono alla Chanson de Roland, un poema espressione di un mondo cavalleresco eternamente diviso tra bene e male, con ideali semplici, schematici e coinvolgenti. Accanto al ciclo dei paladini, il puparo torrese presenta il repertorio dei guappi napoletani: personaggi carismatici, non necessariamente delinquenti, ma spesso difensori dei deboli. L’intenzione dei promotori dell’iniziativa è di fare dell’opera dei pupi di Lucio Corelli un volàno di sviluppo culturale ed economico per il comprensorio vesuviano, che ruota intorno alla storica Chiesa di San Francesco di Paola ed al suo teatro. Per fare questo è stato programmato di allestirvi un teatro-laboratorio al fine di insegnare ai giovani la nobile arte del puparo che consiste nel far muovere i pupi sul palcoscenico, dar loro la voce (e quindi recitare) e persino costruirli alla maniera antica. Gli organizzatori partono con una precisa agenda: corso per giovani motivati e preparati presso il teatro San Francesco di Paola da gennaio a marzo del 2013. Ad aprile partiranno le rappresentazioni aperte a giovani ed anziani ma soprattutto alle studentesche di tutto il territorio. L’iniziativa si finanzierà sulla base della partecipazione agli spettacoli, per cui si attende un risveglio generale (a partire dall’Amministrazione comunale) nei confronti della positiva iniziativa. MARIO CARDONE