A cura della Redazione
Oplontis, class-action contro il degrado. La proposta di Roberto Azzurro Oltre mille visite in più nei primi sei mesi dell’anno. I dati forniti dalla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Pompei, in riferimento alle presenze di turisti agli scavi di Oplonti, sono in positiva controtendenza rispetto a quanto si potesse pensare. Difatti, da gennaio a giugno del 2012 sono stati registrati 26.300 ingressi, a fronte dei 25.228 dello stesso periodo del 2011. Un trend che testimonia il crescente appeal del sito archeologico torrese, nonostante sia poco pubblicizzato. Oplontis di certo non è conosciuta come Pompei ed Ercolano, che mantengono il primato dei visitatori. Anche se, da un punto di vista storico ed artistico non ha nulla da invidiare alle altre due città antiche. Purtroppo, a frenare un ancor maggiore afflusso dei turisti a Torre Annunziata, vi sono carenze logistiche (mancanza di parcheggi nei pressi del sito, difficoltà legate alla viabilità, assenza pressoché totale di segnaletica stradale e di strutture ricettive), ed organizzative. Paghiamo, in sostanza, l’incapacità a creare una sorta di network del turismo, in grado di collegare i beni archeologici dell’area vesuviana tra loro e di renderli fruibili a pieno da parte dei visitatori. Molti, infatti, non sanno neanche che esistono la Villa di Poppea, l’Antiquarium di Boscoreale o le antiche Villae di Stabia. Da qui la proposta, operata qualche mese fa dal sindaco di Castellammare di Stabia, Luigi Bobbio, di costituire una Soprintendenza ad hoc, svincolata da Napoli. A ciò si aggiunge, poi, la totale inefficienza (definizione benevola) dei nostri amministratori locali, che in tanti anni non sono riusciti a dar vita ad un vero e proprio itinerario turistico cittadino che contempli le visite a tutte le bellezze storiche, culturali ed architettoniche possedute. A sopperire a queste carenze, ci pensano i “volontari della cultura”, gruppi di associazioni come GiraOplonti e l’Archeoclub (solo per citarne alcune), che organizzano incontri e visite guidate presso i monumenti della città. La situazione, dunque, non è delle più rosee. Anzi. Ed i media, giustamente, denunciano il degrado e l’abbandono del nostro patrimonio archeologico. Non molto tempo fa, nell’aprile scorso, dalle pagine del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella infieriva sull’incuria che caratterizza il complesso di via Sepolcri. «Riuscite a immaginare cosa farebbero gli americani o i francesi se avessero la fortuna di avere loro questo inestimabile tesoro che è la Villa di Poppea? - scriveva Stella nel suo articolo -. Vedreste un’area di rispetto tutt’intorno, parcheggi, visitor center, una struttura multimediale come “anticamera” per introdurre gli ospiti a capire quanto sia importante ciò che stanno per vedere a partire dalla stupefacente parete coi due pavoni (pavoni che avrebbero fatto appunto attribuire la villa all’imperatrice) dove si vede una prospettiva studiata sui libri di scuola di tutto il mondo... Qui a Torre Annunziata c’è zero, meno di zero. Non c’è una zona di rispetto, un cartello stradale che aiuti a non perdersi nel casino di una viabilità delirante, non c’è un visitor center, non c’è un parcheggio, non c’è un bookshop e manco un baracchino, una gelateria, un bar... Niente di niente», concludeva impietosamente il giornalista. Un’analisi forse un po’ superficiale della questione, ma che in ogni caso porta ad una serie di riflessioni. Se Stella dipinge un simile ritratto della città, avrà pure le sue ragioni. Che, poi, sono quelle di chi, “straniero”, viene a visitare i nostri luoghi e le nostre bellezze, e che, preso dalla rabbia, non riesce a spiegarsi perché siano così “maltrattati” ed abbandonati. Laddove, invece, altrove, diventerebbero le fonti principali dell’economia. Ancor più recente un altro articolo apparso sull’edizione napoletana del quotidiano la Repubblica del 30 agosto scorso, a firma di Raffaele Schettino. Anche in questo caso, il giornalista non risparmia critiche alla gestione del sito. Affreschi e mosaici unici nel loro genere versano in condizioni a dir poco disastrose. «L’abbandono a se stesso, senza che nessuno si preoccupi di salvaguardare, ma anche tamponare temporaneamente il degrado che avanza, in attesa di tempi migliori per gli interventi necessari al ripristino dello stato dei luoghi, deve far riflettere non poco sul silenzio che cela l’incuria». Le parole di Vincenzo Marasco, presidente del Centro Studi Storici Nicolò d’Alagno, non lasciano spazio ad interpretazioni. Sono lo specchio di anni ed anni di lassismo istituzionale, in grado di depauperare un tesoro dal valore inestimabile. «Oplontis non è Pompei. Oplontis è unica come lo è per altro la stessa città romana poco distante. Far morire Oplontis - conclude Marasco - è come celare di nuovo e per sempre il nostro territorio, facendolo ricadere nell’imbarbarimento, nuovamente nel buio del ventre della terra». DOMENICO GAGLIARDI da TorreSette del 7 settembre 2012 Caro direttore, capita talvolta di guardare senza vedere, di avere cioè davanti agli occhi situazioni od accadimenti, lì, da anni, al punto tale da non vederli più. Fin quando, poi, qualcosa o qualcuno interviene a svegliare i nostri sensi e ci costringe finalmente a vedere, a prendere così coscienza della realtà ed a interrogarci se affrontarla per migliorarla oppure ignorarla per affogarvici. Dalle pagine di Repubblica Napoli, Raffaele Schettino ci ha costretto -brutalmente, intelligentemente - a vedere come uomini stolti ed Istituzioni incapaci stiano rubando, tra la nostra colpevole indifferenza, un patrimonio artistico, culturale ed economico di valore inestimabile. La vicenda è nota. Schettino ha denunziato quel che tutti guardavamo senza più vedere: nella villa Imperiale di Oplonti, ritrovamento archeologico di straordinaria bellezza architettonica e decorativa, patrimonio artistico del mondo e, prima ancora, della nostra città, le pitture si polverizzano; i mosaici perdono i tasselli, i colori, le forme; gli affreschi crollano distrutti dall’ umidità; i prestigiosi arredi della Villa, statue, bassorilievi ed altri reperti giacciono ammucchiati in un buio e polveroso magazzino sottratti all’attenzione ed all’ammirazione del visitatore; alcuni di essi sono addirittura spariti. La mia personale sintesi è che Oplonti stia diventando un lurido e beffardo monumento all’incapacità dell’uomo ed alla deficienza delle istituzioni. E che chi non ha provveduto alla cura del patrimonio di una collettività, della nostra collettività, debba essere denunziato. E condannato. Perché - lo ripeto - ci sta rubando “ricchezza”. Ricchezza culturale certo, ma anche ricchezza materiale, opportunità di lavoro, di guadagno, di sviluppo. Alle corte, caro direttore. Ora che stiamo “vedendo”, dobbiamo essere capaci almeno di ideare, suggerire, se non attuare, soluzioni. Una me la dettano la rabbia e l’amarezza. Che mi spingono ad invitare tutti gli amanti dell’arte, della cultura e dell’archeologia: accorrete ad Oplonti e, per salvarla, smontiamola pezzo per pezzo e poi ricostruiamola, ma - mi raccomando - lontano da qua, lontano da un Paese la cui Soprintendenza - massima istituzione preposta alla gestione e tutela del patrimonio archeologico - sta devastando per incuria quel che nemmeno il Vesuvio duemila anni fa era riuscito a distruggere del tutto. Ricostruiamola lontano da un Paese le cui amministrazioni locali, da quella regionale alla comunale, non hanno mai voluto mettere Oplonti al centro delle proprie agende. Ovunque nel mondo, ma non a Torre Annunziata, non a Napoli, non in Campania, la Villa di Oplonti riceverebbe un museo per ospitarne gli arredi e le suppellettili, avrebbe parcheggi attrezzati e collegati, avrebbe dedicate pubblicazioni, informazioni, diffusione scientifica e turistica. In un altro Paese, caro direttore, la cosiddetta Villa “B” (ma quanti di noi la conoscono?) sarebbe aperta al pubblico e fruita assieme alla storia di traffici e commerci di olii e vini nell’antica Roma che essa può raccontare. Ovunque ma non qui. Poi la rabbia incontra la ragione e mi costringe ad abbandonare la provocazione. Ci stanno rubando la ricchezza ed allora, se non è possibile smontare la Villa, “smontiamo” chi ce la distrugge e chiediamo per questo l’intervento dell’autorità giudiziaria. C’è un patrimonio artistico che non viene conservato. La comunità torrese viene privata di un patrimonio inestimabile e riceve un danno enorme. Chi è responsabile di tale “furto”? Il Sovrintendente ? Il direttore degli Scavi ? Esponiamo gli eventi alla Procura della Repubblica e chiediamo al Procuratore di indagare ove mai siano configurabili contro di essi - od altri - ipotesi di reato. Chiediamo al Ministero ispezioni sull’operato dei responsabili delle Ville di Oplonti e la loro eventuale rimozione. E nel contempo, citiamoli in giudizio (anche a mezzo di un’azione collettiva o class action che il tuo stesso giornale potrebbe promuovere) e chiediamone la condanna al risarcimento degli enormi danni che la collettività subisce. Ci stanno rubando la ricchezza. Arrestiamoli. Avv. Roberto Azzurro già assessore e consigliere comunale