A cura della Redazione
Villa del Parnaso, storia di ordinario degrado tutto torrese Come si nota da un po’ di tempo, Torre Annunziata attraversa un periodo abbastanza intenso di riqualificazione urbana che - anche se in alcuni casi ha sollevato giuste critiche - grosso modo sta restituendo alla città un aspetto più vivibile. Bisogna sottolineare e ricordare che anche il cospicuo patrimonio architettonico, largamente presente sul territorio cittadino, va giustamente rivisitato e, lì dove è necessario, modificato. La pubblica denuncia del “Centro Studi Storici Nicolò D’Alagno” vuole mettere in evidenza, ancora una volta, lo stato in cui versa Villa del Parnaso, storico edificio che si “spalma” sul costone vulcanico prospiciente alla marina. A questo punto è doveroso concederci un momento di reminiscenza su quello che era un tempo il Parnaso. Il toponimo, in tempi molto antichi, non gli venne associato certamente a caso ma sicuramente in ragione delle sue specifiche peculiarità amene che esso doveva concedere ai suoi primi abitatori, alla stregua di quelle descritte dagli antichi progenitori ellenici in riferimento alle dimore epiche degli dei. E i romani non persero tempo per colonizzare il luogo costruendovi, in epoca Giulio/Claudia (I sec. a.C./I sec. d.C.), un imponente edificio patrizio residenziale alla pari dei molteplici già realizzati, sempre in quel tempo, lungo l’intero litorale vesuviano. L’eruzione del 79 d.C. celò per sempre questa realtà, che riaffiorò prepotentemente durante lo scavo borbonico dell’attuale trincerone ferroviario degli anni ’40 del XIX secolo. Ma stranamente il toponimo sopravvisse all’immane catastrofe e all’inesorabile azione occultatrice dei secoli. Le notizie più antiche, ma vaghe, parlano della costruzione di un imponente edificio nel XVI secolo - si tratterebbe di un’altra villa - sopra gli accumuli vulcanici di ben 15 secoli di eruzioni. L’edificio, del quale non si è mai reperito un documento certo che ne faccia cenno, se non cronache storiche riferite, subì la stessa sorte di quello romano sottostante. Questo durante la terribile eruzione del dicembre del 1631. L’area, che intanto non dovette mai perdere le sue rinomanze e attribuzioni storiche, venne presto ricolonizzata con la costruzione, quasi immediata, sopra ai sedimenti di questo ultimo tragico evento, di un altro imponente edificio signorile, che dalla strada Regia si “riversava” fin su quelle salubri spiagge. Della magnificenza e importanza del luogo, del suo antico toponimo, si evincono indicazioni precise trapelanti dalle opere di noti incisori, cartografi e studiosi del XVII/XVIII secolo. Di esso ci riferiscono Karl Weber nel 1754, in una delle sue opere cartografiche relative al golfo di Napoli, l’Abate Giuseppe Maria Mecatti nella sua straordinaria incisione del Vesuvio riferita all’eruzione nel 1760, l’Abbè Richard de Saint-Non nel suo Voyage Pittoresque del 1791, e il maestro cartografo Rizzi Zannoni nelle sue straordinarie opere geografiche di fine XVIII secolo. L’intera area, con il suo imponente edificio, sopravissuta e arricchitasi di ulteriori peculiarità architettoniche durante il periodo barocco-partenopeo, oltre ad ospitare il convento delle Ancelle di Cristo Re, fu anche sede di un pastificio. Poi, come ogni cosa, il lento e inesorabile declino. Chiuso il capitolo e la nostra succinta revisione storica del luogo, al giorno d’oggi possiamo dire che nulla più dei fasti antichi del luogo è sopravvissuto, se non testimonianze architettoniche abbandonate all’azione degradante del tempo e dell’incuria umana. Fortunatamente l’area, durante la seconda metà del XX secolo, in seguito alla valutazione dei continui rinvenimenti archeologici, venne sottoposta al vincolo archeologico e paesaggistico da parte degli Enti preposti. Almeno possiamo dire che questa azione è servita da freno e deterrente all’incalzante speculazione edilizia degli anni ’60 e ’70. Osservando oggi la struttura notiamo uno scheletro sventrato, un fantasma secolare che fa avvertire al viandante la sua agonizzante presenza. Ma la situazione di decadenza delle opere sopravvissute non rimase ignota. Anzi, nel 2001, venne realizzato e proposto un progetto ad hoc che prevedeva la creazione di un parco pubblico sull’area di pertinenza del Parnaso con la realizzazione di un belvedere, nonché il ripristino dei luoghi e la rivalutazione storico-artistica dell’antico edificio. E il freno a questo primo passo non si fece attendere e circa otto anni dopo il progetto si limitò solo alla realizzazione delle opere di salvaguardia riferite alla villa marittima. Ma tutto tacque ancora una volta. A questo punto, la Provincia di Napoli, proprietaria dell’area in questione, propose nuovamente al Comune oplontino un piano di ripristino dei luoghi che doveva servire non solo per la rivalutazione architettonica della Villa, ma anche al ripristino dell’intera Litoranea Guglielmo Marconi. Oggi tutto è fermo. Il Fato non vuole riscatto. Chiusa questa ulteriore parentesi sulle vicissitudini burocratiche legate alla rinascita del Parnaso, non ci resta che descrivere obiettivamente ciò che la struttura oggi è realmente: oltre al suo elevato grado di decadimento, essa rappresenta un grave pericolo per chi percorre la strada sottostante. E questo è ben visibile e riscontrabile nelle evidenti crepe apertesi tra i grossi blocchi litici che la caratterizzano, nella colonizzazione da parte di grossi arbusti e nella presenza di inevitabili infiltrazioni d’acqua. Nonostante ciò, il fascino dei suoi interni ancora oggi è fuori da qualsiasi dubbio. Da un sopralluogo effettuato, si notano ancora in situ, intatte, le bellissime fontane barocche, con in evidenza ancora i sistemi dei giochi d’acqua - che andrebbero subito salvate - e i fini stucchi colorati delle strutture absidali presenti su tutte e tre gli ordini della struttura. Il tutto attorniato dall’indecente passaggio umano che ha contribuito non poco all’opera di distruzione del contesto. Ma come ogni cosa che riguarda la storia della nostra città, dobbiamo abituarci all’anteprima del “C’era una volta”, perché nessuno ancora vuol capire o, forse, fa finta di non comprendere, che il futuro è racchiuso nella “riesumazione” del nostro immenso patrimonio culturale e artistico. Vincenzo Marasco Presidente “Centro studi storici Nicolò D’Alagno” (dal settimanale TorreSette del 9 settembre 2011)