A cura della Redazione
«Amore, lieto disonore», il corto dell´Isa de Chirico Ci sono due interrogativi che reggono il pensiero di “Amore, lieto disonore”, splendido “corto” o meglio, percorso lirico in forma di parole, immagini e musica, presentato in anteprima in un affollatissimo cineteatro Corelli di Trecase. Il primo e forse più urgente, è se possa esistere una reale comunicazione tra il mondo degli adulti e quello dei giovani. Il secondo, se sia possibile una lingua poetica che sappia accogliere l’alterità dell’amore, la sua insopprimibile istintività, il dolore che scaturisce dalla necessità di osare, osare l’amore, a qualsiasi costo, sotto qualunque forma si presenti. “Amore lieto disonore”, terza fatica dell’ormai consolidato sodalizio Brancaccio, Izzo, Scassillo, differisce totalmente dai lavori precedenti per la sua liricità, per la sua dimensione introspettiva. Una “storia” che prende spunto da una poesia di Sandro Penna e che delinea una discesa nella complessità ed ambiguità dei sentimenti, negli impacci e nelle dolorose tenerezze del vivere. Un “corto” il cui linguaggio è intessuto di richiami, allusioni, citazioni colte, da Kant a Pessoa, da Apuleio a Montale, mai comunque ostentate o pedantemente esibite, ma inserite con estrema semplicità e naturalezza nel respiro narrativo a dargli sostanza e valore. Le musiche sono del musicista e compositore, Ignazio Scassillo. A lui si deve gran parte della suggestione che le immagini evocano, a conferma di una perfetta sintonia tra dialoghi, inquadrature e musica, che si configura soprattutto come sintonia di sensibilità ed inclinazioni. In particolare in questo corto Scassillo dimostra di saper empaticamente aderire ai due fuochi concettuali proposti, toccando gli estremi di un “romanticismo tensivo” nei momenti più lirici ed inquieti e quelli di una sorta di “primitivismo tribale” a rimarcare la necessità di una lettura della vita forse più ingenua ma di certo più lineare ed immediata. Ad Onofrio Brancaccio, regista dell’opera, abbiamo chiesto una riflessione sulla dimensione umana dell’esperienza, queste le sue parole: “Voglio rimarcare i risultati conseguiti, non nel senso di prodotto finito, quello l’avete visto e potete averlo apprezzato o meno, ma nel senso di valori trasmessi ed acquisiti nel lavorare con questi ragazzi, nel registrarne la passione e l’entusiamo contagiosi. Certo abbiamo scelto la strada più faticosa ma anche più esaltante, quella della cooperazione, del confronto, del dialogo e della discussione, della scoperta e dell’indagine, della conoscenza e della creatività, dell’arte, della sua magia e della sua fascinazione, ma anche della sua fatica, della dialettica, talvolta aspra, maestro-allievo. La conclusione di questo progetto è stata la scoperta e la conquista di nuovi amici, di una semplicità e di una qualità umana e, consentitemi di celebrare il mio lavoro, professionale commoventi. Ed è questo il risultato più bello. Certo, resta il cortometraggio. Ma un’opera conclusa, è un po’ come i figli per i genitori: si illudono che siano solo propri ed invece, una volta nati, sono già di tutti e soprattutto di loro stessi. Un poeta li ha definiti uno strale scagliato di cui i padri sono stati solo l’arco teso e vibrante. Le persone sono appunto diverse dalle cose, dalle opere finite. Perciò dico che ancor più del cortometraggio restano loro, le persone, questi studenti, questi amici che diventano rappresentativi, simboli di un’umanità serena e propositiva. Un grazie infine a Federico Tocci, il professore protagonista della storia, attore professionista che, con le sue grandi doti di umanità e disponibilità ha rappresentato una preziosa presenza per tutti. Felicio Izzo (nella foto), presente nel doppio ruolo di sceneggiatore della storia e dirigente scolastico del de Chirico di Torre Annunziata, ha illustrato ai presenti quelli che sono i nuovi percorsi espressivi intrapresi dal suo istituto con “Officinema”, laboratorio per filmakers, teso ad addestrare ed organizzare talenti orientandoli verso modalità di comunicazione creativa, verso forme di diretta ed immediata rappresentatività icastica, sicuramente più vicine alla sensibilità e all’estetica giovanili. Non il tradizionale, seppur sempre esemplare, fissare nel tratto e nella forma, ma l’innovativo riprodurre la successione delle cose e degli eventi, in una volontà di narrare e di narrarsi completa e definita, capace di dare corpo attraverso i corpi, voce attraverso le voci, senza filtri, ma senza neanche rinunciare alla seduzione della libertà dell’arte, dell’invenzione e della testimonianza, del racconto e dell’emozione. L’ambizione resta quella di riconsegnare la scuola ad un ruolo propositivo attivo, di fare dell’Istituto, in una dimensione totalizzante ed innovativa, grazie alle attrezzature di primissimo livello nel campo foto-cinematografico di cui si è dotato con finanziamenti esterni (P.O.N. FESR), un grande polo artistico, in grado di proporsi come centro culturale aperto alla comunità, una sorta di nuova, non del tutto utopica, Bauhaus”. «Tanti giovani sono il segnale della vitalità della Scuola - ha affermato -. Tanti giovani sono anche il segnale della vitalità e della forza attrattiva di questa iniziativa volta a promuovere forme comunicative e creative sicuramente più vicine all’immaginario giovanile. Forme di “praticantato creativo, capaci di coniugare quei due aspetti. La theoria e la téchne, l’idea, il sogno che si colloca nel futuro e la tecnologia, gli strumenti per fare, che vivono nel presente, il fuoco di Prometeo, per intenderci. Un po’ quello che vale anche per noi. Un corto è Idea ma anche fatica e teconologia, fuoco appunto, fuoco che avvampa ed appassiona. Forse è questo che ha qualche fascino in più sui giovani, sugli studenti che comunque continuano a credere, nonostante tutto, nella scuola, quella delle vere “intelligenze multiple”, quella che si piega ad intercettare la loro più autentica sensibilità, la loro creatività, la libertà del loro pensiero anche divergente, la scuola “vera”, che talvolta si mostra, come stasera, almeno me lo auguro. Ecco, forse, una delle letture di “Amore lieto disonore” risiede in questo: la difficoltà di comunicazione, di relazione tra i genitori, gli adulti e i giovani, come se tra il mondo dell’educazione e i giovani, ci fosse un territorio che è una sorta di deserto dell’anima. Ecco noi vorremmo segnarlo quel percorso anche solo con una traccia di sentiero che come sappiamo, sulla sabbia, può durare anche lo spazio di un crepuscolo. O restare, calcificare chissà...». EMANUELE SOFFITTO