A cura della Redazione
Salvatore Prisco: «Mio zio Michele...» «In questa casa vide i natali il 18 gennaio 1920 Michele Prisco scrittore Maestro di ampia libertà di espressione depose un segno-stazione della vicenda dell’uomo e della natura. L’I.s.i.s Graziani faceva scolpire questa epigrafe affinché duri nei posteri la memoria. 10 giugno 2009.». L’elegante lapide, inscritta in una cornice policroma di pietra vesuviana, che da pochi giorni campeggia sul muro esterno del palazzo avito, dove abito oggi coi miei io stesso e che è diviso a metà con mio fratello Enrico, è molto diversa da quella che mio zio Michele immaginò un giorno - ironicamente - per se stesso. Ricordo bene la circostanza, perché fu l’ultima volta che lo vidi tra quelle mura, dove aveva prima giocato bambino e poi maturato la sua vocazione artistica. Visitava la casa, che negli anni ha subito ovvi adattamenti funzionali, pur restando la medesima quanto a struttura sostanziale e, guardando uno dei bagni, mi disse ammiccando: «Pensa. Se un giorno dovessero mettere in questo luogo una lapide, potrebbero scrivere “Qui, dov’era lo studiolo in cui Michele Prisco scrisse La provincia addormentata oggi si espletano bisogni fisiologici”». Ho rammentato la circostanza accogliendo i cittadini, i parenti e le autorità convenute nei giorni scorsi in Via Parini a Torre Annunziata, nell’occasione dello scoprimento dell’iscrizione dedicata a lui. E ho compiuto altri due gesti, credo doverosi: innanzitutto ho consegnato alle mie cugine Annella e Caterina, sue figlie, alcuni lavori giovanili, ritrovati dal dottor Massimo Guglielmino tra le carte di un suo zio, che di Michele era stato amico strettissimo ed era morto in età giovanile. Un altro amico della compagnia era l’avvocato Antonio Pagano, che da tale dolorosa circostanza trasse la scoperta interiore - mi hanno sempre riferito in famiglia - di una profonda vocazione religiosa che lo portò a vestire l’abito talare. È stato infatti un uomo dotto e ispirato dalla fede e quando è scomparso era Vescovo di Ischia. Con alcune di quelle prove, Prisco aveva partecipato ai Littoriali, come i giovani intellettuali del tempo. Il suo antifascismo peraltro, pur non essendo declamato, era molto saldo. Era legatissimo a Ferdinando Pagano, “Paganiello”, un giovane già allora comunista, che fu uno di coloro che incendiarono la Casa del fascio e nella maturità divenne professore di matematica. Un giorno il federale locale aveva mandato a chiamare lo scrittore in formazione, rimproverandolo perché lui - giovane borghese e di buona famiglia - se la faceva con un giovinastro rivoluzionario. Mio zio guardò l’interlocutore e gli disse, come al solito senza alzare il tono della voce: «Io so bene chi sia chi frequento. Voi, piuttosto, siete sicuro di conoscere chi frequentate?». Come secondo ricordo, ho letto un racconto sulle case della sua via, Ma quali sono le cose inutili?, originariamente apparso sulla rivista di architettura AD. Questa pagina è, dai giorni successivi alla morte, in una cornice posta all’ingresso della mia abitazione. Fu infatti questo il modo gentile e raffinato scelto con tenerezza da un’amica, Lina Correale, per farmi all’epoca le condoglianze. Le cose che si accumulano dentro una casa, egli scrive in sostanza, non sono mai inutili, perché ognuna si lega ad un ricordo, bello o brutto che sia, segnando un tratto della nostra vita. E così non è inutile nemmeno questa lapide, se anche attraverso il ricordo di Michele Prisco - che ha amato molto la sua città - noi torresi saremo spronati a farla tornare bella, come le sue pagine talora nostalgiche, ma mai indulgenti, ce la restituiscono. SALVATORE PRISCO