A cura della Redazione
Mamma coraggio: «Così ho strappato mio figlio ai rapitori» Sembrava una giornata come tutte le altre. Le saracinesche dei negozi erano aperte da un po’. I bambini già tutti in classe. Le mamme casalinghe alle prese con la spesa. Era un normale mercoledì. Una giornata d’inverno riscaldata da quel raggio di sole che permette alle mamme dei bimbi di passeggiare con piacere. Era il 20 novembre scorso. Un giorno che di certo Loredana Trapani, di Trecase, non dimenticherà facilmente. E’ la storia di una giovane mamma che è riuscita a sventare il rapimento del suo bambino di soli sei mesi. «Ero di ritorno dal Municipio - racconta con voce ancora tremante -. Stavo rincasando con il mio piccolo. Avevo appena imboccato la traversa di via Carlo Pisacane. Improvvisamente una vettura con due uomini a bordo si accosta. Uno dei due scende dall’auto e come un folle mi aggredisce. Mi tappa la bocca. Tira con forza il passeggino e cerca in tutti i modi di aprire il copri gambe. Ho subito capito le sue intenzioni, voleva prendersi il mio bambino. Con tutta la forza che avevo - prosegue - sostenevo il passeggino ma lui insisteva. Non potevo urlare, ancor meno quando mi ha dato un pugno sulla spalla sinistra. In quel momento non ho avvertito nessun dolore, avevo solo un unico pensiero nella mente: “Che fine farà mio figlio? Lo rivedrò? Cosa gli faranno?”». Con voce interrotta e occhi ancora pieni di lacrime continua. «La disperazione di non vedere più mio figlio mi ha spinto a tirargli un calcio fortissimo. L’uomo restato in auto ha farfugliato qualcosa, non ho capito bene cosa dicesse perché erano stranieri. “L’animale” che mi era addosso è scappato, si è rimesso in macchina e si sono dileguati». Erano le 10.30, e normalmente la strada è abbastanza trafficata. Nella traversa ci sono diverse abitazioni. Eppure c’era il deserto. Loredana, spaventata, non rientra a casa e trova rifugio in un negozio di merceria a pochi passi dal luogo dell’accaduto. Aveva paura. Il suo piccolo dormiva ancora. Il frastuono dei malviventi non l’aveva svegliato. «Un istante può sembrare un’eternità - dice Loredana -. Quel momento, che ormai rivivo ogni notte, sembrava interminabile. Eppure appena i rapitori sono scappati sono accorse tante persone, sembrava di essere in una festa patronale. Allora - sostiene con voce decisa - dico a tutti che bisogna aiutare, gridare, chiamare aiuto, non chiudersi nelle case. Cosa sarebbe accaduto al mio bambino se non avessi avuto la forza e l’istinto di colpire quella bestia? Qui siamo tutti in pericolo, tutte le mamme. Oggi è capitato a me, ma domani può capitare ad un’altra mamma ed è per questo che dobbiamo denunciare i fatti, non sono l’unica sventurata in Campania. Denunciare, parlare, aiutare». Loredana, racconta, rivive quel momento e guarda i suoi bambini con gli occhi ancora pieni di lacrime. Sì, perché oltre al piccolo di sei mesi ha altri due bimbi. E’ una madre attenta, premurosa, il suo piccolo dagli occhi grandi azzurri la fissa. Alza la manina per accarezzarla, e lei lo guarda, lo osserva e racconta ancora. «Non dimenticherò mai l’immagine dei due uomini, sento ancora la puzza di quella mano che mi tappava la bocca, sento ancora quella voce straniera». Stranieri. Forse rom, forse slavi, ma sicuramente non italiani. Visto che negli ultimi tempi sono loro i nuovi protagonisti della delinquenza. Ne servivano altri, non bastano i nostrani. «Non sono mai stata razzista - afferma Loredana - ma noi abbiamo aperto le porte dell’Italia e loro cosa fanno? Vogliono prendersi i nostri figli. Per certi individui non basta la giustizia, non basta l’arresto. A distanza di giorni mi pento di non aver avuto la forza di aggredirlo quell’animale». Queste sono le parole di una madre ancora spaventata, ferita. Parole di una donna che non vive più l’armonia familiare, una madre che non riesce più ad uscire di casa sola col suo bambino. Una mamma che accompagna i figli a scuola e li aspetta per accertarsi dell’entrata e dell’uscita. Una madre che non sa come spiegare al figlio più grande che il fratellino sta bene e non c’è bisogno di controllare sempre la sua culla. «Ho paura - conferma Loredana -, temo per i miei figli e per quelli degli altri. Ora se vedo un bimbo al parco o fuori la scuola senza la mamma, aspetto con lui che arrivi. Come posso, come possiamo vivere così. Ho il sostegno di tutti i miei familiari ed amici. Il loro affetto mi è stato d’aiuto, l’amore per la mia famiglia mi fa andare avanti. Dentro, però, ho ancora angoscia, siamo arrivati ad una punto in cui l’uomo non vive ma sopravvive». Quel mercoledì d’inverno ha lasciato sgomento e terrore per tutta la città. Sui social network si leggono frasi di paura di molte mamme che come Loredana temono per i loro figli. Tutti parlano di “rispedire” questi delinquenti al loro Paese. Tutti definiscono Loredana una mamma coraggio. Intanto gli aggressori sono a piede libero e i carabinieri cercano di inchiodarli. Noi intanto aspettiamo. Accettiamo anche questo. Ci difendiamo anche da questo. Quante mamme coraggio dovranno esserci ancora, prima che si torni a vivere liberamente la quotidianità? Noi intanto aspettiamo... ENZA PERNA (dal settimanale TorreSette del 6 dicembre 2013)