A cura della Redazione
Criminalità organizzata, riecco la strategia del terrore Un altro raid, un’altra raffica di proiettili, un altro messaggio a chi, pur non denunciando, ha deciso di non piegarsi al pizzo. La camorra punta tutto sulla strategia del terrore a Torre Annunziata. E rilancia la sfida allo Stato a forza di intimidazioni e minacce. L’ultimo raid lunedì 21 gennaio scorso, poco prima delle 23, lungo una delle strade più trafficate della città. Due proiettili esplosi contro la porta di ferro all’ingresso del panificio Evacuo, in via Vittorio Veneto, all’altezza del rione «Poverelli». E’ la quarta spedizione punitiva in appena tre settimane, la quinta, risalendo a novembre 2012. E anche stavolta, potrebbero aver agito gli emissari del racket, quelli che avvertono chi si rifiuta di pagare la tangente e sottomettersi alle leggi del crimine. Dal primo gennaio la camorra ha preso di mira due mega-pescherie, un laboratorio di diagnostica e un panificio, ma anche stavolta il titolare dell’attività, uno dei forni storici a Torre Annunziata, ha sostenuto di non aver mai ricevuto richieste estorsive. La solita versione che stride con l’interpretazione della realtà, il solito racconto che gli investigatori devono trascrivere nelle informative inviate alla Procura Antimafia. Al di là delle testimonianze, però, il quadro è chiaro, ed è ben definito anche sulla scrivania dei magistrati della DDA di Napoli. Fortapàsc torna ad essere un’emergenza. Di sicuro la camorra ha alzato il tiro e sta puntando a rimettere in piedi i suoi eserciti. I nuovi capi hanno bisogno di soldi dopo la stagione dei blitz, dei processi e delle condanne, e non basta più la politica delle piccole «rate» imposte a tutti i commercianti. Chi sta gestendo la rinascita delle cosche a Torre Annunziata, con o senza la benedizione dei boss in carcere, sta puntando in alto, alle attività commerciali più importanti della città, senza risparmiare nessuno. Chi agisce punta a sottomettere tutti, punta ad imporre il pizzo a quattro cifre, e pur di riuscirci ordina la ripresa del fuoco. Lunedì sera gli agenti del commissariato di polizia sono intervenuti in quello che è il quarto raid in poco più di tre settimane. Il quinto in due mesi. Un’escalation di violenza che inevitabilmente si collega alle nuove strategie criminali che, secondo gli investigatori, hanno firme diverse. Almeno secondo la logica che si rifà a metodi e armi utilizzate in passato dai Gionta o dal clan Gallo-Cavalieri. La certezza, comunque, è che l’affare racket resta l’obiettivo di entrambe le organizzazioni criminali, uscite dalla faida e decimate dalla controffensiva dello Stato. Il raid al panificio Evacuo è avvenuto poco prima delle 23, ma nessuno ha visto nulla. Nessuna indicazione sui responsabili. Nella zona non esistono le telecamere di videosorveglianza del Comune, e quelle della stessa attività commerciale finita nel mirino erano fuori uso. Non ci sono tracce, e non ci sono nemmeno bossoli. Una firma diversa da quella lasciata ai piedi della saracinesca di ingresso del Centro Medico Oplonti di via Roma, appena qualche notte prima. Allora i carabinieri avevano ritrovato nove bossoli e undici fori nella serranda. Proiettili esplosi con una calibro nove. Anche gli altri due episodi di gennaio avrebbero firme differenti tra loro. In entrambi i casi nel mirino erano finite due pescherie impegnate nel mercato all’ingrosso. Due obiettivi sensibili anche alla luce degli incassi generosi registrati durante le festività natalizie. A «Onda Azzura», la ditta di via Castello ubicata a due passi dalla Basilica della Madonna della Neve, furono incendiati e completamente distrutti i due camion per il trasporto della merce, con un raid plateale condotto nel giorno del crollo della palazzina in piazza Giovanni XXIII, dopo gli sgomberi ed i controlli delle forze dell’ordine. Alla ditta «Fish» in via Castriota, invece, esplosero quattro proiettili nella saracinesca, ed anche allora la polizia non aveva trovato bossoli. A novembre il primo raid: una raffica di proiettili nelle vetrine di un tabaccaio di via Bertone, praticamente accanto a Palazzo Fienga, il fortino storico del clan Gionta. dal settimanale TorreSette del 25 gennaio 2013