A cura della Redazione
Pompei. Il ponte delle figliòle tra degrado e abbandono Nessuno ha visto niente. Non c’è tra i residenti ed i commercianti di Ponte Nuovo qualcuno che sia stato presente all’incidente stradale che ha causato il crollo di una parete del ponte che dà il nome alla frazione ovest di Pompei lungo il corso del fiume Sarno. Un automezzo, nella manovra di retromarcia, ha danneggiato l’antico ponte borbonico ma nessuno ne ha registrato la targa né risulta segnalazione del danno agli uffici comunali competenti. Qualche settimana fa un mezzo di trasporto pesante, all’incrocio tra via Ponte Persica e la Ripuaria (strada sempre attraversata da mezzi superiori ai 30 quintali, nonostante il divieto), nel corso della manovra per immettersi sulla carreggiata, ha fatto franare un muro del ponte che è un pezzo di storia locale ed un monumento alla perizia degli ingegneri borbonici. La verità è che troppo spesso si spende il denaro pubblico in opere discutibili, abbandonando nel degrado autentici pezzi di storia come il ponte che abbiamo citato. E’ il segno dell’inciviltà che avanza inesorabilmente, ogni volta che il territorio perde la memoria della sua storia umana, ambientale e paesaggistica. ‘O Ponte dé figliòle attraversa il fiume Sarno al termine di via Ponte della Persica, in prossimità dell’incrocio con via Ripuaria. L’antica struttura borbonica, a travate in ferro e tavolato in legno, all’origine presentava alle quattro estremità Sirene a torso nudo (una coppia per testata). Quel ponte è testimonianza di due avvenimenti prodigiosi per l’epoca: la bonifica del fiume Sarno e la costruzione della ferrovia tra Napoli e Castellammare di Stabia. Durante la guerra di Liberazione, il ponte è stato fatto saltare dai tedeschi in ritirata, ma dopo poco tempo è ritornato al suo splendore, con il ripristino della tipica struttura in mattone e pietrarsa dai “colori di fuoco acceso e di fuoco spento”. Nel frattempo, però, le “figliòle” sono sparite. Nessuno, dopo i lavori di ricostruzione, si è curato di restituire al ponte le “ancelle fluviali”. La descrizione delle quattro sirenette del ponte borbonico è parte di una pagina di alta prosa del libro “Passeggiate Campane” di Amedeo Maiuri. «Con il torso nudo eretto - scrissel’archeologo -, poggiavano bellamente il corpo terminante a coda sul poggiolo del ponte; ma avevano il volto gentile e sereno di giovanette costumate, sicché quella procace nudità e quel corpo a pesce non toglievano grazia all’onesto comportamento delle quattro donzelle». Lo stesso Maiuri ha poi descritto come meglio non si può la struttura del ponte: «E’ una sintesi eccezionale tra tecnica ardita (per quei tempi, ndr) e tradizione classica». Era ornato dalle quattro sirene che richiamavano il mondo pagano (le Sfingi, mentre il corso del Sarno veniva fantasticamente avvicinato a quello del Nilo). Le Sirene furono realizzate con profili di giovani campagnole che suscitarono sentimenti di vicinanza da parte delle donne del posto, che presero a considerarle parte di loro. Le quattro statue furono realizzate in ghisa. Non si trattava di opere d’arte ma, come la sirena Partenope a Napoli, esse sono diventate nel tempo il segno di una tradizione che parte dall’acqua. La moda del Classico negli anni di costruzione del ponte (XIX secolo) riviene dagli scavi di Pompei, quando fu riscoperto un tripodo con Sfingi. Quelle figure ispirarono gli artigiani locali (bronzisti, stuccatori, intagliatori e scalpellini) che cominciarono a creare Sfingi e Sirene. Al tempo in cui scriveva Maiuri, il paesaggio rurale intorno al ponte era ancora quello degli orti decantati da Catone e Columella. Filari infiniti di cavoli e la brássica pompeiana. Poco più distante, gli Orti di Schito, «il miglior dono fatto dal Vesuvio nell’eruzione che seppellì Pompei, Stabia ed Ercolano». Tornando al ponte pompeiano sul Sarno, rattrista il pensiero che le quattro Sirene, diventate per la gente locale «figliòle da marito», siano definitivamente scomparse ed allontanate dalla memoria collettiva. E’ rimasto solo il nome. Il ponte è ancora detto delle figliòle. Ad oltre sessant’anni dalla fine della guerra, nessuno ha più pensato a rinverdire il passato. La cosa peggiore è che, attualmente, dopo le Sirene, stanno “sparendo”, uno ad uno, i grossi blocchi di pietra lavica che delineavano il bordo superiore delle sue splendide pareti di mattone rosso. MARIO CARDONE