A cura della Redazione
Pompei. Visita dell´arcivescovo Caputo alle case operaie La settimana scorsa, una delegazione di amministratori e di tecnici del comune di Pompei ha accompagnato l’arcivescovo Tommaso Caputo (foto) a visitare la palazzine di piazza Bartolo Longo, note come case operaie. Dopo una pausa di circa quattro anni dalla fine della costruzione, pare che finalmente sia stata raggiunta l’agibilità dei “gioielli di casa” del Santuario della Madonna del Rosario. Il fermo è stato causato per un disguido sorto in fase di progettazione, dove non era prevista una cabina elettrica per la fornitura della corrente necessaria a tenere aperti gli immobili del Santuario. A torto era stato ritenuto, in un primo momento, che la corrente necessaria alle quattro palazzine potesse essere attinta da una cabina, situata nelle vicinanze, che invece non aveva la potenza sufficiente per alimentarne l’elettricità necessaria. Il progetto di ristrutturazione dei quattro immobili fu co-finanziato dalla Regione Campania (a quei tempi era presidente Bassolino) e puntava all’ospitalità delle ragazze madri e dei loro bambini in case famiglia. Dall’inizio dei lavori sono trascorsi otto anni. Nel frattempo, la Regione Campania ha cambiato amministrazione, D’Alessio è passato al suo secondo mandato mentre l’arcivescovo Liberati ha lasciato, per limiti d’età, la poltrona di direzione della chiesa mariana al più giovane Caputo. Ora i cittadini sono curiosi di vedere se quegli immobili, che con la ristrutturazione hanno assunto notevole capacità di rendita, manterranno l’originaria destinazione. Ricordiamo che lo stesso arcivescovo Liberati, pochi mesi prima di lasciare l’incarico, aveva dichiarato pubblicamente l’intenzione di dislocare l’iniziativa delle case famiglia verso il verde della periferia in altri immobili di proprietà del Santuario. Resta il vincolo collegato al finanziamento pubblico dell’iniziativa “Casa della madre e del fanciullo” in compartecipazione tra Comune e Santuario. Essa prevede l’utilizzo delle ex case operaie per almeno dieci anni (all’inizio erano venti, ma l’amministrazione D’Alessio ne portò successivamente la durata a dieci). MARIO CARDONE