A cura della Redazione
Pompei. L´atto finale del DiVino Jazz Festival Un pubblico entusiasta (un migliaio di spettatori nonostante andasse in onda in contemporanea sugli schermi la partita Napoli-Milan) ha salutato domenica sera, in piazza Esedra a Pompei, l’ultimo e, probabilmente, il più eccezionale concerto in calendario del DiVino Jazz Festival. Sul palco il direttore artistico Gigi Di Luca ha portato in scena un trio inedito: Paolo Fresu (tromba, flicorno, electronics), Trilok Gurtu (batteria, percussioni, voce) ed Omar Sosa (pianoforte Fender Rhodes, electronics). Lo scenario irripetibile degli scavi archeologici di Porta Marina ha contribuito a creare una notte magica. Domenica il round finale del DiVino Jazz è stato scandito da tre eventi. Il primo ha avuto luogo al mattino alle pendici del Vesuvio, precisamente nell’azienda vitivinicola “I nobili del Vesuvio” della famiglia Ingenito (comune di Boscotrecase), dove il Lacryma Christi è sgorgato a litri nelle versioni bianco, rosso e rosato, nei calici degli ospiti, al suono del jazz (musica che sposa volentieri il vino, come la pasta il pomodoro). Il panorama del golfo e lo scoglio di Rovigliano di quell’antica tenuta familiare (territorio vocato per la produzione d’uva da vino sita in Bosco del Monaco, così chiamato perché un tempo di proprietà ecclesiale) è magnifico. La compagnia eccellente. Presenti, tra gli ospiti, il sindaco di Boscotrecase Agnese Borrelli e l’assessore di Pompei, Pasquale Avino. Soprattutto, è stata calorosa con gli ospiti amanti della musica abbinata al vino l’accoglienza della signora Emma (pompeiana doc) insieme al dinamico marito Salvatore. Alle 19,30, a Palazzo De Fusco, è stata la volta della musica d’autore, dedicata ai fini intenditori (pochi ma buoni) con il Francesco D’Errico trio. Un sound virtuoso che riflette su se stesso nei limiti imposti tra libertà e immaginazione. Per concludere, Fresu, Trilok e Sosa sono tre voci musicali uniche e magistrali. Combinano armonia e virtuosismo. Sul palco tre istrioni di origini tanto diverse che hanno l’arte misteriosa di saper affascinare il pubblico, facendo anche spettacolo estemporaneo, dal vivo. Giocando ad un tempo con la voce, i suoni tradizionali, la world music ed i virtuosismi dell’elettronica. Il mix che ne viene fuori è qualcosa d’inedito ed improvvisato. Piace al pubblico e lo coinvolge. Per concludere, domenica sera è stata una di quelle occasioni per cui tra qualche anno sarà fortunato chi potrà dire: c’ero anch’io. MARIO CARDONE (nella foto di Titti Fabozzi, l´artista Paolo Fresu)