A cura di Massimo Corcione

Ci aveva illuso: pareva impossibile che quell’edicola potesse restare vuota. E invece Angelo Belfiore ha lasciato il suo guscio, il suo rifugio. Per sempre. Ora che l’illusione si è dissolta, le immagini riemergono dalla memoria una dietro l’altra: servono a raccontare sessantacinque anni della storia di un uomo, la vita di Angelo racchiusa in uno spazio ridotto eppure fondamentale nell’esistenza di chi li è nato e cresciuto, da lì è fuggito e poi puntualmente ritorna. L’edicola per decine, centinaia di noi era la prima sosta, il messaggio implicito che eravamo di nuovo a Torre Annunziata. Toccava poi a lui diffondere, far sapere: era il suo mestiere, ricevuto per eredità dinastica da papà Teodosio. La prima istantanea: il giovanissimo Angelo che consegna piccoli capolavori come la Divina Commedia pubblicata a dispense dalla Fabbri Editori, finemente istoriata, venduta e rilegata per i clienti più fedeli. E’ ancora lì, mezzo secolo dopo, perfettamente conservata e custodita nella biblioteca di famiglia: non sapeva di essere un messaggero di cultura, sospettava solo di essere l’indispensabile collaboratore di un genitore rispettato come pochi. Forse sperava che per induzione qualcosa tra libri e giornali gli restasse dentro. Così, qualche volta aveva anche provato ad alzare la voce, ma erano tentativi destinati a essere spenti con uno sguardo.

Seconda foto: Angelo in campo, maglietta e mutandoni. Centrale della difesa dell’Oncino, formazione che ricorda chi nel circolo di via Gambardella c’era passato tra gli anni sessanta e settanta. Un muro a vederlo schierato, faceva paura davvero a tutti, meno che a quei piccoletti mossi da carica perpetua: erano il suo incubo, fino a quando non capitavano a tiro, bastava avere la sfortuna di contendere un pallone perché le gerarchie fisiche improvvisamente fossero ripristinate.

Eccone un’altra, sempre in uno stadio, ma da spettatore. In campo il Savoia, quello che aveva sognato da calciatore, la squadra che ora gli permetteva di usare i polmoni per tifare, senza pausa. Restava anche per i supplementari, come molti, per commentare, per dissentire, per criticare. Proprio come gli sarebbe successo, più tardi, con il Napoli, ormai diventato fenomeno virtuale, da vedere in tivù: alle contestazioni tecniche si aggiungevano i commenti sui telecronisti. Che giudice severo, ma concedeva il diritto di difesa, fondamentale per il dialogo, il dibattito. Notava ogni dettaglio, analizzava ogni particolare, raccoglieva ogni  suggerimento.

Era diventato marito, poi padre, sempre gestendo come fosse il capo, ma soprattutto governava la sua azienda con una percezione dei fenomeni editoriali che non ho trovato in manager titolatissimi. Ricordo quando sentenziò la fine di un settimanale il giorno prima di un aumento del prezzo di copertina: pochi numeri e arrivò la notizia della chiusura. Uno così più che rispettarlo, lo veneri, è il riferimento indispensabile se parli di comunicazione, è il termometro dell’umore popolare, diventa il panel ideale per verificare passo dopo passo le tappe di una innovazione.

L’ultima foto l’ho scattata domenica: Angelo incastonato nella sua edicola, la occupava fino a possederla interamente. Gli era servita a nascondere l’immenso dolore per la morte del figlio Teo, sembrava potesse servirgli da elisir di lunga vita. Ci hanno creduto la moglie e il figlio Pasquale. Una bugia o un bluff. Ci siamo cascati tutti.

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