A cura della Redazione
Elettrodotto e fiume Sarno: Opere pubbliche sì, ma non qui Una lucida intervista di Piero Fassino al Corriere della Sera sulle tendenze e le sorti della democrazie e le loro dinamiche di trasformazione, spinge a non lasciare cadere la riflessione in merito. Si parla da molti sul web, ad esempio, di abolizione del mandato imperativo e di introduzione del recall (la revoca anticipata dell’eletto, praticata in alcuni Stati negli U.S.A. ma che da noi certificherebbe l’ulteriore crisi della rappresentanza politica e imporrebbe un vincolo negato appunto dall’art. 67 della Costituzione), cavalli di battaglia del Movimento Cinque Stelle. La discussione entra in verità nel più ampio dibattito attuale sulla democrazia partecipativa, sulla rivitalizzazione e moltiplicazione delle forme di democrazia diretta: referendum anche consultivi, iniziativa legislativa popolare ad esame obbligatorio della proposta da parte delle assemblee rappresentative entro un termine prefissato, “inchiesta pubblica” su questioni di interesse locale e specialmente di indirizzi generali su come e dove costruire opere pubbliche, modello molto diffuso all’estero e da noi regolato da leggi regionali in Emilia e in Toscana. L’intento è quello di evitare l’effetto “Ninby” (tradotto dall’inglese, il noto acronimo di “Non nel mio giardino”, che spiega come ognuno voglia le opere pubbliche, ma beninteso altrove) e i ricorsi al Tar, con blocco dei lavori e ribellioni di popolazioni locali. Gli esempi sono noti: No Tav, trivellazioni in mare e sulla terraferma, siti di localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti senza previe consultazioni, eccetera. Lo dimostrano del resto anche le vicende campane dello smaltimento dei rifiuti e quella di Bagnoli, le decisioni sulla cui sorte sono state accentrate e semplificate d’autorità. In modo del tutto analogo lo provano anche quelle assunte - su Torre Annunziata - a proposito della seconda foce del Sarno e sull’elettrodotto destinato ad alimentare Capri, delle quali opportunamente parla un editoriale di Massimo Corcione su questo settimanale. Il quadro attualmente in formazione, allo stato “anarchico”, è in sintesi quello della cosiddetta “democrazia 2.0”, che rende espliciti i limiti attuali della rappresentanza politica tradizionale, perché i partiti-ditta alla Bersani (fino a poco fa mediatori del consenso) sono ormai gusci vuoti: è solo un ricordo il fordismo, è finito in realtà da tempo il compromesso socialdemocratico tra lavoro e capitale e tra le loro organizzazioni (sindacati, imprese). Il successo dei social network, di Renzi coi twitter e le consultazioni preventive sulle riforme, nonché di Grillo con la Rete, dimostrano che il tema c’è: come integrare la rappresentanza e rafforzarla, rivitalizzandola (senza però “saltarla” del tutto). Bisogna agire sia sul versante dei partiti (legge generale sulla democrazia interna, sui finanziamenti, sulla selezione delle candidature, non “primarie fai da te”, a macchia di leopardo), sia sulle lobbies (da fare “emergere dal nero” e regolare, come in altre grandi democrazie), sia sulla rappresentanza sindacale, con l’ipotesi di cambiare la contrattazione e introdurre il comitato di vigilanza paritaria sindacati-managers dell’azienda sulla gestione delle imprese (modello Volkswagen, da noi attraverso una rilettura moderna dell’art. 46 della Costituzione), come moneta di scambio coi diritti che si perdono o si trasformano col Job’s Act, infine sulle istituzioni: probabilmente, alla fine della fiera, ne uscirà una razionalizzazione anche al centro dell’attuale “semipresidenzialismo di fatto” o una scelta di investitura diretta del Presidente del Consiglio, peraltro fallita in Israele, dopo che è stata ormai digerita l’elezione diretta del sindaco. SALVATORE PRISCO