A cura della Redazione
I sindacati: «Scavi di Pompei abbandonati». Sotto accusa Ministero e SANP Dopo un nuovo crollo parte l´ennesima denuncia (documentata) dei sindacati sullo stato di abbandono degli scavi di Pompei. E’ desolante osservare che nonostante le dichiarazioni di buone intenzioni, a partire dal ministro Massimo Bray, tutto prosegue come prima nella massima lentezza. Manca la manutenzione ordinaria, e quella straordinaria procede a rilento sia per quanto riguarda le risorse comunitarie sia per l´invio dei soldi che si incassano dalla soprintendenza al botteghino, perché gli incassi per la vendita ed biglietti ammonta a circa 20 milioni di euro l’anno. I solai crollano sui pavimenti, i mosaici vengono trascurati, molti muri cadono o gli intonaci sono prossimi al distacco. Si tratta di beni di immenso valore, unici al mondo, che rischiano di scomparire definitivamente. I sindacati aziendali Cisl e Uil ricordano che il ministro Bray, al convegno di Bari, ha dichiarato che il sito archeologico di Pompei, da metafora del declino dei beni culturali italiani, dovrà divenire il simbolo della rinascita del Paese. Il sindacato se lo augura di vero cuore ma la realtà attuale è di tutt’altra portata. Tra crolli di solai sui pavimenti in mosaico, intonaci rovinati dall’umidità o prossimi al distacco, si deve constatare che vi sono beni inestimabili che giorno dopo giorno scompaiono inesorabilmente. La denuncia dei sindacati, rivolta alla classe dirigente del Ministero dei Beni Culturali, ed alla soprintendente archeologa in particolare, è inesorabile e non risparmia nessuno. «Lo stato di incuria che si è creato dà l’impressione che nonostante le continue denunce ed i fondi assegnati, nessuno muova un dito per porvi rimedio, senza rendersi conto che tutto ciò mette oltretutto a rischio la sicurezza dei dipendenti degli scavi di Pompei». Il “Grande Progetto Pompei” da 105 milioni di euro procede a fatica (solo cinque cantieri inaugurati sui trentanove previsti entro il 2015). Mancano parimenti notizie del piano operativo della fruizione, valorizzazione e comunicazione, del piano della sicurezza e di quello della capacity building, che prevedeva il rafforzamento della struttura organizzativa e tecnologica della Soprintendenza. «L’Unione Europea non è l’unica risorsa disponibile - osservano i sindacati -. La Soprintendenza speciale incassa direttamente gli introiti derivanti dalla vendita dei biglietti, che per il solo parco archeologico di Pompei ammontano a circa 20 milioni di euro all’anno. Non si capisce - spiegano le rappresentanze dei lavoratori - per quale motivo non si utilizzano tali fondi». La conclusione è l’ennesima bocciatura dell’operato della Soprintendenza. «Mancano capacità di progettazione e di gestione», tuonano i sindacati. E’ chiaro, se qualcuno non l’avesse ancora capito, che i sindacati aziendali non vogliono la dottoressa Teresa Elena Cinquantaquattro a capo della nuova struttura organizzativa del Ministero dei Beni Culturali che reggerà Pompei nel prossimo futuro. «Manca la capacità di gestire un patrimonio inestimabile - incalzano - come manca la capacità di progettare, mentre i tecnici (architetti e archeologi assunti nel 2012) che avrebbero dovuto sopperire a questa mancanza, originari di regioni diverse dalla Campania, hanno già chiesto di essere trasferiti nei territori di provenienza». A tutto questo si aggiunge un’atavica carenza di personale di vigilanza. I pochi custodi rimasti in servizio sono impegnati a salvaguardare un’area di circa 35 mila metri quadrati. A molti di loro vengono spesso assegnate in sorveglianza fino a tre zone, con la presenza di decine di migliaia di turisti in visita al sito. Gli operai per la manutenzione, poi, mancano quasi del tutto. MARIO CARDONE