A cura della Redazione
Salario minimo garantito, il silenzio dei partiti La misura del salario minimo garantito decretata a livello europeo, ed applicata da ogni Stato nazionale, è l’unica soluzione praticabile per assicurare un livello di guardia del welfare, che faccia tollerare, nei limiti del possibile, lo stato di crisi. Specialmente da parte di tanti giovani esasperati che ne subiscono le conseguenze, in quanto tagliati letteralmente fuori da ogni opportunità di lavoro. Nonostante l’appello di personaggi autorevoli (Jean-Claude Junker e Mario Draghi) a livello europeo, la misura del salario minimo garantito non è al primo rigo della prima pagina dell’agenda politica di nessun partito e coalizione che partecipa alla competizione elettorale del 24 e 25 febbraio prossimi. Ed invece, si dovrebbe puntare decisamente sul salario minimo come misura di emergenza sociale. Nella stessa misura in cui, nel corso dello scorso anno, sono state varate misure fiscali urgenti al fine di contenere lo spread tra i Titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. Le formazioni politiche che aspirano a governare l’Italia nei prossimi anni avrebbero dovuto assumere l’impegno a decretare, una volta elette, la misura in via esecutiva. La misura di bilancio (fatta evidentemente di tagli della spesa e di prelievi fiscali) sarebbe stata decisa in un secondo momento. Nell’attuale contingenza, l’emergenza sociale e di ordine pubblico dovrebbe preoccupare di più dello stesso dissesto finanziario. Tuttavia, non è così. La conseguenza è che si rischia di esasperare l’esercito di nuovi poveri che ha a disposizione l’unica soluzione, ovvero la protesta di piazza. Ciononostante i competitors politici (a destra e a sinistra), pur mettendo il lavoro al centro dei loro programmi elettorali, cercano i consensi dei gruppi di pressione organizzati, mentre sono legate alle aspettative sullo sviluppo economico che dovrebbe ripartire nel 2014 le schiere (ancora disorganizzate) di senza reddito, costituite prevalentemente da giovani (e non più tali) che dipendono dalla precaria solidarietà familiare, di ceto o dalla Caritas. E’ scattato negli ultimi mesi il boom delle mense per poveri e le iniziative caritatevoli laiche e cattoliche. Pannicelli caldi non adatti a fermare le conseguenze dello tsunami che sta per abbattersi su tutta l’Europa, ed in forma anro piùviolenta sul nostro Paese. Il fatto che uno come Junker (che non è certamente un estremista) abbia messo il salario minimo al primo posto, dovrebbe aprire gli occhi ai più scettici dei politici nostrani, che perseverano nell’ottusa ricerca del consenso facile nei confronti dei ceti sociali organizzati (sindacati, ordini professionali, associazioni di categoria, lobby ed organizzazioni di ogni tipo) che mettono sulla bilancia il peso del voto potenziale. Nell’area euro «stiamo sottovalutando l’enorme tragedia della disoccupazione, che ci sta schiacciando». L’allarme di Junker, ex presidente dell’Eurogruppo Juncker trova conferma in Mario Draghi, il governatore della BCE. «La crescita economica continua ad essere debole nel 2013». Secondo Juncker, esponente di spicco del Partito Popolare Europeo, «bisogna ritrovare la dimensione sociale dell’unione economica e monetaria, con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx». Parte da un riformista (quasi un conservatore) l’invito ai governi nazionali europei a non tranquillizzarsi: la crisi non è ancora passata, se va bene durerà ancora un anno. I governi nazionali sono chiamati a prendere scelte difficili. Sono in pericolo sicurezza e stabilità di tutta Europa. Probabilmente citato da Junker, Marx si agita nell’oltretomba. Il suo nome pronunciato dal capo del Partito Popolare Europeo vale come se Nicole Minetti avesse chiamato in causa Madre Teresa di Calcutta. Molti sono convinti che parla di salario minimo perché punta a portare a quello stadio le masse ribelli di lavoratori d’Europa, organizzate dai sindacati. Ma, allo stato dei fatti, bisogna accettare la sfida e verificare dove si arriva. Il salario minimo rappresenta l’ultima frontiera per la salvezza dell’Europa. Attraversiamo uno fase di trasformazione dell’assetto economico in cui la maggior parte delle industrie manifatturiere hanno abbandonato Europa e Nord America per trasferirsi in Asia e Sud America, dove trovano costi di produzione estremamente più bassi. Sul versante opposto, la finanza internazionale è comandata da “paperoni” che guadagnano sulle disgrazie dei loro connazionali. Anche se è vero che gli equilibri sociali vigenti in occidente non sono il massimo, bisogna ammettere che hanno consentito finora un minimo di tregua tra le classi sociali. La conclusione è che tocca alla finanza europea provvedere alla coperta, se è realmente interessata a salvaguardare il sistema. Altrimenti sarà la prima a subire le conseguenze della tempesta che può arrivare da un momento all’altro. MARIO CARDONE