A cura della Redazione
Lo scoppio dei carri del ´46: l´ora più drammatica della nostra storia Solo la famosa eruzione del Vesuvio del 79 d. C., che spazzò via l’antica Oplonti, Pompei ed Ercolano, superò, per distruzione e lutti, lo scoppio dei carri di munizioni del 21 gennaio 1946. In quel tragico giorno, Torre Annunziata visse forse la più drammatica ora della sua storia. Allo scalo merci della stazione marittima stazionavano circa trenta vagoni carichi di munizioni. Tre giorni prima della grande esplosione, durante l’operazione di imbarco di un grosso carico di residuati, si era verificato un altro incidente che aveva provocato la morte di alcune persone. Il 21 gennaio, alle 18 circa, mentre il sacerdote stava impartendo la benedizione nella chiesa della Madonna della Neve, un boato fortissimo squarciò il silenzio della sera ed una nube di fumo e polvere inondò ogni cosa. Le case del quartiere furono rase al suolo. Tra tanta distruzione si salvò il trono ed il quadro della Madonna della Neve, protettrice di Torre Annunziata. Intatti erano rimasti l’altare ed i due finestroni a vetri colorati. Tutto ciò che riguardava Maria della Neve si era salvato da quella immane sciagura. Il vecchio sacerdote implorò salvezza per la sua città. Migliaia di vetri si infransero, mancò di colpo l’energia elettrica. La città, completamente al buio, era in balia di un’angoscia indefinibile. Di colpo tutto si era trasformato in una bolgia infernale. La gente, spaventata, si riversava, inconsapevole di ciò che era accaduto, per le strade ricoperte di detriti di ogni sorta. Lo scoppio proveniva dallo scalo ferroviario del porto. Un’alba tragica, sconvolgente, si affacciò il mattino dopo sulla città distrutta. Il quartiere dei pescatori, situato tra via Castello e via Stella, non esisteva più. Era un unico ammasso di mura crollate, di case abbattute dalla furia devastatrice della terribile ondata deflagrante. Dalle macerie si levavano grida di aiuto, intere famiglie erano rimaste seppellite. Nei giorni successivi, non mancò la solidarietà del Paese e dei Comuni vicini, anch’essi già provati dalla guerra appena terminata. In città giunsero viveri, medicinali, coperte, razioni di pane. Intervennero anche tanti medici per aiutare i colleghi torresi. Arrivarono, inoltre, i soldati per il controllo e per il recupero del grano nei magazzini generali. La macchina dei soccorsi si mise in moto rapidamente. I vigili del fuoco, che dettero prova di grande eroismo, si adoperarono per staccare i convogli in fiamme dagli altri, in modo da evitare ulteriori esplosioni. La tremenda deflagrazione, il terrificante spostamento di aria rase al suolo completamente il vecchio quartiere marinaro, sorto nel lontano 1319 ad oriente della Chiesa della Annunziata ed in prossimità del mare. Facendo così scomparire le ultime vestigia di quel piccolo e denso borgo di pescatori che sarebbe poi stato il nucleo della futura Torre Annunziata. Da quel terribile momento dello scoppio passarono anni prima che la città e la sua popolazione potessero riprendersi. Rimasero archi di porte con le soglie distrutte e scortecciate agli spigoli dei pilastri, l’erba incominciò a crescere tra i ciottoli e lungo i muri. Quelle pietre inutili sembravano come crollate e vecchie. Col tempo divennero i sedili di “Donna Nannina” e delle sue comari del vicinato. Ma il ricordo di quella notte restò vivo nel cuore dei cittadini di Torre Annunziata. E lo è tutt’ora. ANNA ARICO´