A cura della Redazione
La stampa torrese piange la scomparsa di Silvestro Di Maria Alle prime luci dell’alba è venuto a mancare Silvestro Di Maria, 54 anni, medico e giornalista torrese legato a filo doppio alle vicende calcistiche del Savoia. Silvestro apparteneva alla generazione di cronisti sportivi formatasi negli anni ’70 e ’80 all’ombra dell’imponente figura professionale dell’immenso Leonardo Sfera. Giornalista eclettico, Silvestro Di Maria passava con disinvoltura e indiscussa bravura dalla carta stampata, alla radio, alla TV. Numerose le testate con le quali aveva collaborato: Antenna Vesuvio radio TV, Quindicinale Sport, Agenzia Rotopress, Agenzia Chilometri, Radio Punto Zero, La Voce della Provincia. Insieme con il citato gruppo di giornalisti torresi (Catello Coppola, Vincenzo Pinto, Rino Santoro, Giuseppe Chervino, Giuseppe Lucibelli) aveva fondato, nel 1990, l’Associazione Leonardo Sfera editore di una delle più antiche pubblicazioni dedicate esclusivamente ad una squadra di calcio: Alè Savoia. Il direttore responsabile Giuseppe Chervino, il figlio Valerio e Rodolfo Nastro, profondamente addolorati, unitamente alle redazioni di TorreSette periodico e torresette.it si stringono attorno alla moglie Pina, alla figlia Anna e al fratello Luigi partecipando commossi al loro dolore. I funerali si svolgeranno domani 24 novembre alle ore 16.00 nella chiesa di S. Giuseppe e S. Teresa in piazza Ernesto Cesàro a Torre Annunziata. La passione è come il coraggio: chi non ce l’ha, non se la può dare. E Silvestro Di Maria di passioni viveva, in tutte le loro declinazioni: il lavoro, la famiglia, il Savoia. Solo noi, ex ragazzi della tribuna, frequentatori dello stadio quando c’è il primo allenamento della settimana e non una partita, testimoni dei capannelli di tifosi che Biscardi avrebbe elevato a prodotto televisivo, solo noi possiamo comprendere come faccia una squadra di calcio a finire nel trittico delle ragioni per cui vale la pena vivere. Sì, vivere, e non fermarsi a 54 anni per la più ingiusta delle cause, la malattia. Si fatica ad accettare la fine di un amico a 50 anni, mentre tutti insistono sull’allungamento delle nostre esistenze. Perché deve essere proprio uno di noi a fermarsi, lasciando in una desolante solitudine chi da sempre contava sulla sua rassicurante vicinanza? Improvvisamente, la mattina di un giorno particolare – il 23 novembre, anniversario del terremoto, la più grande disgrazia collettiva che ci abbia colpito – ti accorgi che tutto è precario, che non basta esorcizzare il pericolo, evitando di parlarne, che hai una voglia di chiudere quel discorso sull’azionariato popolare mai approfondito abbastanza. Non si può, Silvestro non c’é. Frammenti di ricordi vissuti senza esasperazioni fanatiche, senza assolutizzare un argomento - il Savoia, appunto - che comunque appartiene alla categoria dell’effimero. Da sempre abbiamo saputo che lontano dallo stadio la vita avrebbe continuato il suo corso con le applicazioni più serie o solo seriose. Lo studio, gli amici che faticavano a comprendere le assenze dal gruppo per una trasferta in Puglia, e per lui la professione di medico, soprattutto il ruolo di marito e padre che hanno sempre assorbito le sue energie. Ma la riserva, almeno quella, era destinata a un hobby diventato militanza e soprattutto sintesi perfetta: tifoso e giornalista. Quasi una contraddizione che in lui è stata superata, riaffermando l’unica verità che annulla i luoghi comuni: essere di parte non è un reato, se c’è onestà intellettuale. Quella che per Silvestro era un doveroso piacere. Anzi una passione. Non potrà più viverla, e noi da oggi ci sentiremo più soli. MASSIMO CORCIONE