A cura della Redazione
Chiesa e camorra: botta e risposta tra Michele Del Gaudio e mons. Raffaele Russo Pubblichiamo il "botta e risposta" tra l´ex magistrato Michele Del Gaudio e mons. Raffaele Russo, parroco rettore della Basilica della Madonna della Neve di Torre Annunziata. Del Gaudio, in una sua lettera indirizzata al cardinale Crescenzio Sepe e al vescovo Beniamino Depalma, poneva una serie di domande al prelato su presunti rapporti tra la Chiesa e la camorra. LA LETTERA DI DEL GAUDIO Carissimi Crescenzio e Beniamino, mi rivolgo a voi in maniera totalmente informale come fratelli in Gesù Cristo; in realtà non sono “credente” in senso letterale, perché pur credendo fermamente nel Suo insegnamento e pur cercando di praticarlo tutti i giorni, non riesco a credere che sia Dio. Non ho ancora la “fede”… ma spero di raggiungerla prima di sera. Da anni sono impegnato nella cosiddetta antimafia sociale e ammiro la vostra costante testimonianza contro la camorra. In particolare le vostre recenti dichiarazioni, alla Direzione investigativa antimafia e nella Lettera alle persone che vivono nella criminalità, hanno rafforzato il mio coraggio e conducono la mia mano nello scrivere queste righe. Ebbi già modo di accennare alla delicata vicenda nella veglia di preghiera anticamorra del maggio dell’anno scorso dall’altare della chiesa di Rovigliano. Rimasi commosso dall’applauso unanime e scrosciante, quasi liberatorio, dei fedeli alla fine del mio intervento e dal successivo discorso del delegato del Vescovo, don Aniello Tortora, che sposò in pieno la mia proposta e consolidò il mio percorso di fede: sentivo accanto alle mie povere idee anche la Chiesa ufficiale. Dissi semplicemente che don Raffaele Russo, parroco dell’Annunziata, al quale confermo la mia amicizia e il mio amore cristiano, ancora una volta quella sera aveva evitato di prendere una posizione netta contro la camorra, ma si era limitato a raccontare tutto il bene che faceva con la collaborazione dell’assessore Ciro Alfieri. Evidenziai che si trattava del politico meno adatto come compagno di strada nella legalità e nell’educazione dei giovani, essendo stato ritenuto responsabile di reati contro la Pubblica Amministrazione, e proposi che il clero di Torre Annunziata rendesse pubblico un documento unitario di inequivocabile condanna della camorra. La Chiesa muove le coscienze, è inimmaginabile il ruolo che può svolgere per svegliarle dalla connivenza, dalla indifferenza e condurle alla lotta contro i fenomeni criminali. Il suo messaggio autorevole, nelle parole e nei fatti, magari confermato ogni domenica nelle omelie con manifeste prese di distanza dai camorristi, potrebbe costituire il colpo di grazia per un cancro che uccide le nostre terre, annientando pace e lavoro. Don Aniello invitò don Raffaele ad essere promotore dell’iniziativa, suggerendone un titolo così entusiasmante da ascoltare accanto al Tabernacolo: “La camorra fa schifo!”. Di quel documento nessuna traccia, nonostante le sollecitazioni degli altri parroci. Oggi, cari Crescenzio e Beniamino, dopo l’episodio di Castellammare con San Catello che rende omaggio al boss, sento sempre più impellente la necessità di un lacerante dono d’amore per essere degno dell’affetto del mio amico Gesù. L’ambiguità di don Raffaele, se non chiarita, rischia di coinvolgere l’immagine di tutta la Chiesa e le situazioni incresciose si susseguono. Ve le pongo in termini di domanda proprio affinché possiate accertarne la falsità o la verità. È vero che in occasione dei festeggiamenti della Madonna della Neve lo spettacolo teatrale conclusivo contro la camorra, preparato dai ragazzi della casafamiglia MammaMatilde, fu sostituito dal concerto di un cantante neomelodico su pressioni della “popolazione” parrocchiale? È vero che le conseguenti polemiche giornalistiche individuarono in don Raffaele la persona che decise il cambiamento di programma? È vero che la parrocchia non ha opposto alcun ostacolo alla erezione, accanto al palazzo del boss, di una enorme statua abusiva del Cristo, abbattuta poi dal Comune nell’infuriare delle polemiche? È vero che sono state favorite le date volute da famiglie camorristiche per celebrare sacramenti forzando i termini procedurali? È vero che immobili di proprietà della chiesa sono stati affittati a noti camorristi? È vero che per ben due volte il parroco ha impedito alle Forze dell’Ordine di entrare nei locali della chiesa, ove si riteneva potessero nascondersi camorristi in fuga? È vero che la parrocchia riceve costanti ed anche laute donazioni, che le altre parrocchie si sognano? Potrebbero le meritorie costruzioni e ristrutturazioni, in particolare del teatro di San Francesco, essere state finanziate direttamente o indirettamente da camorristi? Il bene “materiale” che è stato fatto in questi anni è innegabile, ma il dubbio che possa essere macchiato di sangue e di droga va fugato! Don Raffaele ha sempre sostenuto che in un ambiente difficile bisogna agire con equilibrio, non con rigidità, che gli stanno a cuore i figli dei camorristi, ma equilibrio non può significare arrendevolezza. I figli dei camorristi sono nostri figli, dobbiamo fare l’impossibile per assicurare loro una vita sana e felice, ma il bene che vogliamo loro non può indurci ad assolvere i genitori assassini, estorsori, usurai e trafficanti di droga. La Chiesa non può avallare credenze, spesso superstiziose, sulla protezione della Madonna, o dei santi, nei confronti dei delinquenti. Cosa dovrebbe fare la Vergine per esaudire le loro preghiere, far riuscire la rapina, far ammazzare la vittima innocente senza imprevisti, gioire dello spaccio di stupefacenti? Grazie, Crescenzio, per aver definito i camorristi “serpenti velenosi”, “negazione del cristianesimo”, per averli esclusi dai sacramenti; grazie, Beniamino, per aver affermato che “la vita criminale non è compatibile con la fede in Dio Padre”, ribadendo che “non sono grandi statue di santi, o sontuose offerte economiche… che vi fanno essere credenti autentici”. Perché nella basilica dedicata alla Madonna della Neve questi anatemi non vengono pronunciati? Il Vangelo ci ha insegnato che la verità ci farà liberi ed è in nome della verità che chiedo il vostro intervento. Perdonatemi, ma la Chiesa di Torre, i fedeli, la popolazione di una città che sta inseguendo la sua primavera, dopo decenni di buio inverno, ha il diritto di avere pastori di cui potersi fidare senza esitazione alcuna. Non so se Gesù è Dio, ma so di certo che ho scritto questa lettera pensando a Lui. Con amore fraterno, MICHELE DEL GAUDIO LA RISPOSTA DI MONS. RAFFAELE RUSSO Carissimi fedeli, cittadini di Torre Annunziata, confratelli in Cristo, a motivo di un articolo apparso circa riflessioni e giudizi personali espressi dal sig. Michele Del Gaudio – ex magistrato – in merito alle dichiarazioni del Cardinale Sepe sull’opportunità o meno di portare in chiesa dopo la morte chi si è sporcato di delitti mafiosi, come persona citata dal medesimo articolo sento il bisogno di comunicare il mio animo come risposta a questo articolo non per me, povero prete, ma per l’intera comunità ecclesiale, di cui umilmente ne ho la cura, per conoscere e far conoscere i fenomeni essenziali della questione nella ricerca di ciò che può meglio rispondere ad una autentica crescita civile della nostra città ed a una più efficace e concreta testimonianza evangelica da parte della mia stessa chiesa. Carissimi, il tempo della storia, dell’uomo e del cristiano deve ed è il tempo del Risorto. La memoria di Cristo Risorto dice apertura al mondo, trionfo della vita sulla morte, della concordia e dell’amore sulla vendetta e sull’odio. Per questo i giorni della Pasqua sono i giorni dell’invito alla pace dei cuori, senza la quale non sarà mai possibile costruire la pace sociale. Vivendo le cerimonie pasquali abbiamo tutti sentito quante volte si esalta il trionfo della vita sulla morte, anzi della vita che non deve conoscere più la morte. Un trionfo che richiede un duello durissimo che ogni cristiano deve quotidianamente affrontare,il duello tra il peccato e la grazia, tra la debolezza insondabile se lasciata a se stessa e la forza che viene dalla fede in Cristo Risorto. La prova del vero amore verso Cristo e verso i fratelli, soprattutto verso i più diseredati, è data dalle opere cioè dai frutti che produce, ma per proclamare questi frutti l’amore vero ha bisogno di essere alimentato da Cristo stesso per dare la propria vita. Pensare di portare frutti senza rimanere in stretto legame con Gesù è pura illusione anche quando sentiamo nelle piazze e dai pulpiti proclami di giustizia e di pace. Ha scritto l’Abbè Pierre: “Quando arriveremo alla meta, non ci domanderanno sei stato credente? Ma “Sei stato credibile?”. “La tua maniera di vivere ha reso credibile a tutti gli uomini che Dio ti ama?”. Se prendiamo la bussola del Vangelo e l’insegnamento di Cristo allora dobbiamo dirci alcune verità. La pace sociale se è vero che non si risolve nella resa alle prepotenze, alla rassegnazione, alle sopraffazioni, alla perdita della libertà è altrettanto vero che la pace sociale e di cuori comporta e non tollera la mortificazione dei suoi fondamentali diritti (lavoro, istruzione, assistenzialismo, evangelizzazione e promozione umana) ed onora in tutti gli esseri umani la dignità inalienabile della persona. L’esperienza pastorale da me vissuta in questi anni, in questo degradato quartiere dell’Annunziata, mi ha portato a spendere tutte le mie energie fisiche, materiali, spirituali, come pure le mie umili ed innate capacità organizzative, per il riscatto morale e materiale di questi poveri uomini e donne abbandonati per tanti anni dalle stesse istituzioni (sociali, politiche e religiose) lasciando così un terreno fertile per il germogliare ed il crescere della malavita. Ho trovato però, nella maggioranza dei miei fedeli, anche un grande bisogno di ritrovare se stessi e di rielaborare le proprie esperienze di vita. Ho incontrato ogni giorno anche grandi difficoltà ambientali minacciando tante volte di voler chiudere la Basilica al Culto ma a questo povero prete gli è venuto sempre un grande aiuto dalla forza e coraggio della propria fede, dai fedeli, supportato sempre anche dalle presenti forze militari, politiche e istituzionali alle quali va il mio grazie. Ma si pensi anche alla sofferenza del prete, quando lasciato solo sa di non essere sempre compreso nel proprio linguaggio, nel proprio stile di vita, quando si vive il proprio ruolo in modo essenziale, a testimoniare e a comunicare la radicalità della propria vita nello spirito di Gesù Cristo e ad edificare la comunità dei credenti in una condivisione di responsabilità. Punto di partenza per ogni attività pastorale e sociale non devono essere solo i proclami delle lotte contro il maligno, ma deve esserci anche l’attenzione, il rispetto, l’accoglienza della persona, la considerazione della sua dignità in quanto creata da Dio. Ogni iniziativa pastorale deve essere primariamente finalizzata alla promozione umana. Come si fa a parlare di conversione del cuore, soprattutto ai giovani non ancora contaminati dalla violenza, anche se figli di camorristi, se poi vengono relegati ai margini della società? Come si fa a parlare di legalità a chi vive di espedienti per non morire di fame? Davanti all’enormità di tali urgenze, mi sembra riduttivo (anche da parte della Chiesa) fare solo proclami, anzi le nostre forze per sconfiggere il male e far vincere il bene risultano impari. Allora come debole prete mi viene da dire a voi presbiteri – confratelli in Cristo, laici come l’etiope a Filippo: "Sali con me sul carro ed aiutami a capire (cf. At 8,29-34)". Per questo motivo vorrei invitare a vivere ed a condividere la mia esperienza pastorale anche per un sol giorno qui all’Annunziata alcuni ed in particolare chi lede la mia persona con artificiose e non fondate dichiarazioni, per capire se c’è complicità camorristica, perché ci sono dei momenti nella propria vita in cui bisogna trovare la parresìa ossia la franchezza e il coraggio di capire che Gesù richiede di superare con un balzo la dimensione della propria piccolezza umana e vedere nel fratello, anche il più cattivo, Lui stesso che vuole essere amato. L’amore dei nemici, il fare del bene a chi ci fa del male, tendere la mano amica a chi impugna contro di noi l’arma omicida è un complesso di doveri che può veramente spaventare la nostra piccolezza, ma non può essere ridotto per comodo a un modo di dire poetico, a retorica anche da parte della Chiesa. Qui non siamo nel campo dell’utopia. È bensì la rude prospettiva, difficile, eroica, di quella “nuova giustizia” superiore a quella degli scribi e dei farisei (cf. Mt 5,20) senza della quale non si entra nel Regno. Non facciamo difficoltà ad immaginare che questo discorso può suscitare molti interrogativi, questo ad esempio: “Ma allora, secondo il Vangelo, i violenti, i feroci assassini di innocenti, i seminatori di morte, dovranno restare impuniti? Si dovrà rinunciare alla giustizia, per fare spazio a questo generale perdono? Interrogativi preminenti. Anche S. Giovanni Crisostomo si poneva tale domanda e rispondeva: “Per la gloria di Dio è anche lecito punire”. Ma ciò che il Vangelo condanna è la vendetta immediata, è la rivalsa personale e privata, è l’odio radicale che devasta il cuore e non elimina il male, è cioè l’inizio di quella catena di male e di morte che è inesorabilmente destinata a continuare finché non le si sbarra il passo con un atto eroico di perdono. Mi sento di condividere quanto detto da Ghandi: “La distruzione non è la legge degli uomini”. L’uomo vive liberamente in quanto è pronto a morire se necessario per mano di suo fratello, ma mai ad ucciderlo. A chi è capace di incamminarsi sulla strada di questa stupenda avventura evangelica dell’amore senza limiti, dirò di non prendere a misura della grandezza dell’ideale cristiano la sua piccolezza di uomo, ma la grandezza del cuore di Dio che ci assicura il Suo aiuto per capire che tutti gli uomini, anche i più cattivi, sono figli dello stesso Padre, amati da Dio, oggetto della Sua misericordia. Certo, diceva S. Giovanni Crisostomo: “ Se vedi che tuo fratello (che tu puoi chiamare anche camorrista) è pieno di nequizia, è empio, impuro, violento, distaccati da lui, bisogna, continua S.Giovanni Crisostomo, fare in modo che i malvagi non nuocciano”. Questo si, e come! È questo il dovere della giustizia umana dinanzi ai delinquenti! Questo è compito dello Stato, delle Autorità costituite preposte appunto al bene comune. Ma è questa stessa considerazione che dovrebbe fare preferire sempre all’estinzione del colpevole, una pena che sia correttiva, che mentre evita il pericolo di altro danno per la società, d’altra parte abbia cura anche al recupero umano, sociale e morale del colpevole. Allora solo così si capirà che Gesù non esige che tu chiami buono il malvagio e bene il male, ma ti chiede di superare appunto con un balzo la tua piccolezza di uomo e vedere nel fratello, anche il più piccolo, anche il più cattivo, Lui stesso che vuole essere amato e perdonato da te con amore gratuito. Questo modo di pensare e di agire di conseguenza è più efficace di chi enuncia lo slogan dicendo: “La camorra fa schifo!” e non opera di conseguenza pagando di persona. Nell’unità ai Nostri Pastori nell’idea che “La vita criminale non è compatibile con la fede in Dio Padre”, a imitazione di Cristo crocifisso e abbandonato, il quale diede perdono al buon ladrone, anch’io, umilmente, perdono chi ha leso la dignità dell’uomo e del Sacerdote. MONS. RAFFAELE RUSSO