A cura della Redazione
Discariche, la scrittrice torrese Carola Flauto tra i manifestanti Un insolito campeggio. Una tenda piantata nella terra, una luce incerta come incerto è il nostro destino. Siamo qua, i “facinorosi del Vesuvio” così ci hanno marchiato. Noi che stiamo commettendo il solo crimine di protestare contro una legge speciale che ha reso legale un sopruso all’umanità. “Nessuna resa” recita un messaggio scritto a mano su un foglio attaccato alla parete di plastica del nostro rifugio ai piedi della cava Sari. Sono le 21,30 di una delle tante sere passate a presidiare il nostro territorio. Siamo ancora in pochi ma ancora per poco. Fra qualche ora la rotonda si riempirà di popolo. Al mattino siamo tutti normali, gli avvocati fanno causa, i medici curano i malati, le casalinghe fanno la spesa e preparano da mangiare, i docenti vanno ad insegnare, i ragazzi a studiare, gli architetti progettano, i giovani studiano, i bambini giocano. Tutti fingiamo una normalità che non c’è più. Quando cala la sera nessuno più si chiude nelle case, quando cala la sera cambiamo abiti e ruolo, diventiamo i “ resistenti” veniamo tutti qua su a difendere il nostro diritto alla vita. Il fuoco schioppetta, le signore più anziane siedono intorno, cerchiamo di riscaldarci, perché il freddo avanza anche nella terra del sole. Si formano capannelli per raccogliere le ultime notizie, tutti cercano di apprendere o di informare gli altri sulle ultime decisioni del governo. Le notizie rimbalzano da un punto all’altro della rotonda. Tutti siamo d’accordo che non si accettano compromessi, le nostre vite non si barattano con uno sversamento in meno, con una falsa bonifica. Il vento non perdona stasera, trascina la puzza nauseabonda, hanno aperto gli sfiatatoi della discarica. Tutti cerchiamo di proteggerci il respiro e caliamo i nasi nelle sciarpe. La terra piange, la terra del Vesuvio piange, la storia e la memoria trasudano percolato e liquami velenosi. A pochi passi dall’Agorà, ad impedire l’accesso all’imbuto infernale, le forze dell’ordine. Stasera hanno gli scudi abbassati, ma non smettono di osservarci con diffidenza. Obbediscono in silenzio. Schiavi stipendiati dotati di armi, contro altri schiavi disarmati. Ma sembriamo così pericolosi? Mi viene da pensare alla strana relazione: i rifiuti vengono scortati e difesi, gli esseri umani meritano addosso i lacrimogeni velenosi scaduti del 2006. A un passo da me, una "mamma vulcanica" racconta della sua ultima intervista in TV. Dice che non l’hanno fatta parlare, avrebbe voluto raccontare che la sua casa affaccia in discarica, lei è una “sfollata”, che non riuscirà a venderla e che non sa dove andare. “Tutto sommato”, commenta Gigi, sotto il suo cappello a falde larghe, mani calate nel giubbotto imbottito, “la munnezza ci ha fatto ritrovare il senso della partecipazione, lottare per un obiettivo comune”. Insomma, tra gli scarti di cava Sari abbiamo recuperato la democrazia, stava imputridendo con il percolato, l’avevano gettata tra i rifiuti “speciali”. Stanno arrivando i cittadini di Pompei e Scafati, stanno marciando in corteo dalle 20,00 hanno camminato per tre chilometri. Fra poco saremo in due o tremila qua sopra. Ma quello che succede ogni giorno, come i millecinquecento studenti che sono saliti stamattina, accade, ma come se non fosse mai accaduto, perché in TV non si dice, sui giornali non passa, il pacifismo, la lotta di liberazione senza armi, fatta solo di indignazione e fermezza non fanno notizia. Passa l’autocompattatore incendiato e quei pochi ragazzini con le pietre. Un’intifada che significa “resistenza”. Stasera è arrivato anche un gruppo delle “donne in nero”, quelle che sono andate a difendere con le proteste pacifiste le popolazioni palestinesi contro i soprusi israeliani. Le ho riconosciute per il simbolo-spilla che portano addosso “contro tutte le guerre”. Hanno dichiarato guerra anche a noi? Penso di sì, con la bomba-discarica. Cava Sari (dal nome che, pronunciato, d’un fiato sembra una marca di moto giapponese) e cava Vitello, due bombe velenose che competono con il Vesuvio che però rimugina a suo modo, forse mugugna con il fiato sospeso, speriamo ancora per molto tempo. E poi i gabbiani, geneticamente modificati dai veleni che ingeriscono in discarica, si accaniscono in voli frenetici sulle nostre teste e il loro verso rauco sembra dar voce alla rabbia di tutti. CAROLA FLAUTO