A cura della Redazione
Omofobia: le preoccupazioni di due gay torresi, Domenico e Marco Quando si parla di diversità si pensa subito all’omosessualità. La frase “vanno contro natura” spiega l’irascibilità rispetto a chi ama una persona dello stesso sesso. Certo non tutti riescono ad accettare una realtà diversa dalla propria, chi per un “eterosessismo esasperato” chi per fobia per il diverso. Ed ecco che i media coniano un nuovo lemma per esprimere un altro aspetto negativo della società del terzo millennio: l’omofobia. Letteralmente, il termina significa “paura nei confronti di persone dello stesso sesso”, e più precisamente si usa per indicare l’intolleranza e i sentimenti avversi che le persone nutrono nei confronti degli uomini e delle donne omosessuali. Questa ostinazione può manifestarsi in modi molto diversi tra loro, dalla battuta su una persona gay che passa per la strada, alle offese verbali, fino a vere e proprie minacce o aggressioni fisiche. Ed è quello che ha interessato la capitale nelle ultime settimane. Diverse le percosse ai danni dei ragazzi gay, malmenati solo perché si scambiavano tenerezze all’uscita delle discoteche romane, o perché ostentavano un look che mostra appieno la loro sessualità. E’ il caso del nostro concittadino, Emilio Rez, più volte coinvolto in violenze di questo tipo. Per dimostrare solidarietà alle vittime è nato un gruppo sul social network Facebook, che conta già 80 iscritti. Ma un fenomeno del genere, come viene vissuto in una realtà come quella di Torre Annunziata? E soprattutto gli omosessuali torresi vivono di differenze e sottrazioni? Domenico Federico (nella foto), classe 45, e Marco (nome di fantasia) di anni 21 rivelano le loro verità. Sono storie di vita diverse, generazioni differenti che si confrontano in uno stesso contesto. Domenico, da tutti conosciuto come “a’ paccaiola” è il decano degli omosessuali. Risiede nel quartiere Provolera da sempre. Cresciuto nei vicoli della città, vive con i soldi che racimola, quotidianamente, con la riffa mattutina. Capelli lunghi e biondi, con abiti sempre scuri, un sorriso che nasconde forse malinconia, si sente una donna e, a suo dire, vive la sua realtà con tranquillità. “Non ho mai conosciuto mia mamma - racconta -. E’ morta quando io avevo pochi mesi. Sono cresciuta con mia zia che mi ha accudita come una figlia. Da piccola mi sono accorta che avevo interesse per i maschietti e non ne ho mai fatto mistero alla mia famiglia, anche se cercavo di non far pesare questo problema. Certo, anni fa, la mentalità era diversa. Non uscivo quasi mai da sola, anche perché mia zia mi ha impartito un’educazione rigida. Dopo la sua morte ho iniziato a vivere. Uscivo la sera, conoscevo gente, indossavo abiti femminili. Ho avuto molte avventure, ma sempre lontano da Torre Annunziata. Mi allontanavo nelle zone limitrofe, come Pompei, ed è qui che ho conosciuto il mio primo vero amore, Antonio, un ventitreenne. Un ragazzo che mi ha fatto vivere emozioni forti e che ho soprattutto aiutato. Era un ragazzo solo, tossicodipendente, letteralmente cacciato di casa dai suoi genitori. Siamo andati a vivere insieme, l’ho accudito in casa mia”. Un amore però che ben presto si trasforma in affetto. “Siamo stati insieme per quattordici anni - dice - ma la passione finì quasi subito. Iniziavo a considerarlo come un figlio. Ma per me Antonio era una compagnia, vivevo di lui e per lui, infatti ho litigato con tutta la mia famiglia, perché non accettava la mia relazione con un tossicodipendente. Ma forse era solo una scusa”. Domenico ha aiutato il suo compagno ad uscire dal tunnel della droga. Ce l’aveva fatta Antonio. Forse la loro storia d’amore poteva ricominciare. Ma il destino di Domenico gli gioca un altro brutto colpo. Ben presto, quell’uomo che gli riempiva la giornata si ammala e la morte gli fa visita prematuramente. Domenico resta di nuovo solo. “Ho sofferto tanto per la scomparsa di Antonio. Mi sono ripromessa di non affezionarmi più a nessuno. Aspettare da sempre di conoscere l’amore, il bene, la compagnia e poi perderli è un colpo troppo duro”. E’ un cattolico praticante, Domenico, ed è a Dio che si affida quando, rientrato dalla riffa, resta solo nella sua casa. “Devo dire che nonostante il degrado del quartiere in cui vivo, non ho mai avuto aggressioni come quelle subite dai giovani di Roma. Ho partecipato a molte tombolate perché conosco a memoria la smorfia napoletana ed è soprattutto in queste occasioni che divento fenomeno da baraccone. Ma mi sta bene, in fondo ognuno è libero di fare e pensare ciò che vuole”. Una libertà che, però, si nega volutamente. “Sono molto riservata e non ho mai avuto effusioni in pubblico, anzi penso che sia disgustoso. Quelli come me devono avere pudore. Ecco perché a Roma c’è stato quel massacro. Molte volte siamo noi a provocare delle risse, perché siamo molto insistenti con gli uomini e non accettiamo facilmente un no. Non giustifico la violenza, ma in un certo senso alcuni se la cercano”. Un modo di pensare il suo che riflette quello di un quartiere degradato, dove i bambini usano sempre più spesso il termine “frocio” quando vedono un ragazzo dagli atteggiamenti femminili. Ed è quello che si sente dire Marco. Studente universitario cresciuto nel Quadrilatero delle Carceri. Abiti sobri, capelli sempre ben curati, vive male la sua omosessualità. Cerca di nasconderla perché deve, ma i suoi modi di fare cordiali e fini non nascondono la sua natura. “Sì, sono gay e purtroppo sono costretto a vergognarmene - così si racconta Marco -. I miei genitori non hanno mai accettato realmente la mia omosessualità. Avevo 13 anni quando me ne sono accorto. Mi innamorai di un mio compagno di classe. Ancora ricordo la sua reazione quando gli inviai un biglietto con su scritto “ti voglio bene”. Non mi ha più rivolto la parola, ma quel che fu peggio e che lo svelò a tutti i miei compagni. Da qui l’appellativo “frocio”. Ne parlai subito con i miei genitori, a mia madre per prima. Pianse quando le dissi che ero omosessuale; neanche sapeva pronunciare il termine. La mia famiglia ha un modo di pensare retrogrado, purtroppo non sono istruiti e non hanno un mentalità da larghe vedute, come del resto l’intero vicinato. Ma i genitori non ce li scegliamo noi come i figli del resto. All’inizio - continua - me ne facevo una colpa. Ho vissuto lunghi anni di solitudine, perché anche i miei coetanei non accettavano la mia natura. Non avevo amici, non ho mai giocato a calcetto, perché a loro dire è uno sport da uomini, non ho mai vissuto appieno la mia adolescenza. Ero sempre solo a casa, playstation, computer e cibo i miei compagni. Diventai quasi obeso. Diverse volte ho pensato di farla finita. Terminato il liceo mi sono iscritto all’università ed è così che è cambiata la mia vita. I miei colleghi mi vedono per quel che sono realmente non per quello che rappresento. E ho una storia d’amore da più di un anno, ho degli amici, pochi ma buoni. Esco sempre con loro e molte volte dobbiamo subirci le offese verbali dei passanti, ma come mi ripeto sempre “le parole le porta via il vento. Solo nella mia città nascondo la mia reale identità, per amore della mia famiglia, anche se ormai credo che tutto il quartiere sappia della mia omosessualità. I loro sguardi infastiditi parlano da soli”. Ragazzo dai nobili sentimenti sembra molto provato e disgustato dall’omofobia. “Ho pianto quando ho visto le foto che ritraevano i due gay malmenati a Roma. Non riesco a capire cosa ci sia di male nell’amare una persona dello stesso sesso. E’ pur sempre amore. Io credo che tutto si debba associare all’ignoranza e alla mancanza di sensibilità di molti individui. Non vogliono capire che siamo essere umani e come tali abbiamo sentimenti. In pochi sanno cosa significhi doversi allontanare dalla propria famiglia per impedire che possa vergognarsi di noi. Cambiare città, lavoro, casa solo per poter amare. In pochi sanno cosa significhi sostenere lo sguardo di una madre che soffre per avere un figlio “non normale” e non sentirsi mai gratificato. Anche noi dobbiamo rinunciare a molte cose: la dignità, spesso le famiglie, alla libertà di amare alla luce del sole il tuo compagno, escludere la possibilità di divenire padri e madri, inibendo gli istinti genitoriali che abbiamo come chiunque altro. Sentirsi egoisti, quasi disumani, per aver soltanto sfiorato l’idea di poter crescere all’interno di una coppia gay, un figlio. La sofferenza che ho provato negli anni addietro mi dà la forza di andare avanti e non mortificare ancor di più il mio ego. So per certo che anche io abbandonerò il tetto familiare e la mia terra per poter vivere in toto la mia storia d’amore. Ma dentro di me crescerà sempre la speranza che i tabù di molte persone vengano rimossi e che un giorno tutti possano applicare il detto “ama e fa ciò che vuoi”, in fondo siamo figli di uno stesso Dio”. ENZA PERNA