A cura della Redazione
Francesco, la mia esistenza diversa Pubblichiamo integralmente la lettera indirizzataci da un detenuto di Torre Annunziata, Francesco Della Ragione, rinchiuso nel carcere di Sollicciano: Carissima redazione e cari concittadini, ho già avuto la possibilità di scrivere su TorreSette e, chi ha mi ha letto, avrà sicuramente capito che ero detenuto nel carcere di Sollicciano dove stavo lentamente intraprendendo un cammino di reinserimento sociale e lavorativo e dove stavo cercando di risolvere i miei problemi con la droga. Infatti, nel maggio di quest’anno, proseguii la mia disintossicazione nella comunità “La Steccaia” di Grosseto. Ebbene, mentre lavoravo su me stesso scontando l’ultimo anno di carcere in questa comunità, ho ricevuto un’ulteriore aumento della pena a quattro anni di reclusione. Ora, chi conosce un po’ la legge al riguardo, saprà sicuramente che in comunità si può rimanere per un massimo di sei anni senza però essere stati condannati per il 4 bis (divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti, ndr). Ora la mia domanda è: quale sarebbe la mia pericolosità? Quella di aver scelto il cambiamento? E se ci fosse una pericolosità, questa dovrebbe riferirsi sicuramente al passato. Alcune sentenze che mi riguardano risalgono addirittura al 1988, quando avevo appena 17 anni! Io prendo coscienza dei reati da me commessi negli anni addietro, come prendo coscienza del fatto che mi è stato negata la possibilità di poter scontare il residuo di pena in una comunità che, sotto certi aspetti, è una realtà ancor più dura di quella del carcere perchè bisogna affrontare le proprie problematiche e bisogna fare i conti anche con i propri fantasmi. In galera, invece, è più complicato operare un cambiamento sulla propria persona. Io ho scelto diversamente e mi sono messo in gioco: mi sento come quei giocatori d’azzardo che hanno perso tutto e questo “tutto” me lo rigioco per riprendermi quello che avevo perso. Perchè la mia intenzione è quella di rivivere un’esistenza diversa, ma non migliore. Permettetemi se vi cito un passaggio di Soren Kierkegaad nella sua opera “Aut Aut”: il filosofo parla ad un suo interlocutore portandogli un esempio di una partoriente che nel momento delle doglie non pensa che se il bambino che sta per nascere sarà bello o brutto oppure un mostro e gli dice: «Tu non devi partorire un altro uomo, devi solo partorire te stesso». Io ho già partorito me stesso e non sarà la Giustizia o il ritorno in carcere a fermare questo mio cambiamento e reinserimento. Nonostante la mia odissea giudiziaria, possono fermare il mio corpo ma non la mia mente e la mia anima. Mi spiace solo che la giustizia italiana si ferma ad un articolo della legge e non guarda più lontano: all’uomo. Credo che questo governo abbia introdotto altre leggi e leggine a proprio piacimento, e non si è preoccupato di modificare alcuni articoli della legge per chi sceglie la strada del recupero e del proprio reinserimento nella società. Eppure, a tal proposito, la Costituzione Italiana riporta un articolo specifico. Penso a coloro che hanno scritto la Costituzione, ai padri fondatori, e a come si rivoltino nella tombe. Ma non per il sottoscritto, ma per tutti quelli che hanno avuto fiducia nella giustizia e non sono stati garantiti da essa. La Costituzione rappresenta un imperativo! Adesso non voglio cadere in una logica autoritaristica, né passare per una vittima e per quello che trovandosi in galera vorrebbe cambiare il mondo senza aver cambiato prima se stesso. Parlo e racconto di fatti concreti, quelli di una prova affrontata e combattuta, come quando ho ricevuto comunicazione che avrei dovuto scontare altri cinque anni. Una comunicazione che mi è arrivata tramite un fax, inviata prima a me e poi alla polizia a causa di un “errore tecnico”. Quando sono arrivati gli agenti a prelevarmi li stavo già aspettando con le valigie in mano, pronto a farmi “strappare” da questo mio cammino. Se questa cosa fosse accaduta qualche anno fa, avrei tentato di evadere dalla comunità, ma adesso le cose sono cambiate: ho imparato a non scappare più dinanzi alle mie responsabilità. Se permettete, faccio mie alcune frasi di J. Rudyard Kipling: «Siamo qui perchè non c’è nessun rifugio nel quale nasconderci da noi stessi, se un uomo non si confronta con se stesso e con gli altri...». Quindi, se uno scappa, lo fa solo da se stesso! Anche se ho vissuto per poco tempo l’esperienza della comunità, sono stati giorni importanti nei quali ho confrontato la mia storia personale con quella degli altri “ospiti” della “Steccaia”. Tutti noi eravamo come una famiglia: uomini e donne camminavamo mano nella mano verso il riscatto sociale. Persino un cane pit bull mi ha dato tanto. Lamù (questo era il suo nome) portava ancora addosso i segni della violenza subita in strada ed io scherzosamente le dicevo: «Hanno portato qui anche te per guarirti dalla violenza dell’uomo?». Di mattina presto, alle 7, Lamù mi aspettava perché uscivo a fare footing nel bosco della Steccaia e correva fianco a fianco con me saltanto e strofinandosi con la schiena sull’erba. Il cane era con me anche quando facevo yoga sulla riva del fiume, nell’armonia più totale a stretto contatto con la natura. In comunità c’erano anche delle mamme, alcune con i loro figli al seguito. Ecco, quando mi sentirò solo e triste penserò non solo alla mia famiglia, ma anche a queste persone e soprattutto agli occhi e ai sorrisi di quei bambini che danno un emozione che nessuna droga di questo mondo potrà mai eguagliare. Mi accingo a concludere questa mia lettera ma non di certo la mia odissea, perchè se non ricordo male Ulisse terminò il suo viaggio a Itaca, a casa! Considerate queste mie parole come uno sfogo, anzi come dice il Vangelo «Una voce che urla nel deserto» riferendosi a Giovanni Battista. A Torre Annunziata esiste ancora della gente che vuole salvarsi da se stessa e dagli altri. Forse, da concittadino, nessuno può essere fiero di me, perchè ho contribuito anche io a “massacrare” questa città. Ma nessuno potrà mai dirmi che non amo Torre e se penso alla festa della Madonna della Neve che si svolgerà ad ottobre mi viene da piangere. Questa lettera la voglio firmare con nome e cognome perché non voglio nascondermi. Dietro queste parole c’è una persona che si chiama FRANCESCO DELLA RAGIONE