A cura della Redazione
Amato Lamberti: «Giancarlo era così, anche se...» Durante la seduta consiliare nella quale si deliberava l’intitolazione della sala di Palazzo Criscuolo a Giancarlo Siani, ricordo di aver abbandonato l’aula e lo scranno consiliare che ho “occupato” negli anni 1995-2000 con mio grande onore durante la giunta Cucolo. Era il tempo della speranza del rinascimento che ci aveva fatto tutti sognare intorno all’avv. Francesco Maria Cucolo, il quale con coraggio aveva posto la prima pietra di ricostruzione di un territorio che avevamo trovato “raso al suolo”, come più volte ho sostenuto. In quella occasione (come in altre successive organizzate in piazza) non intendevo negare la forza dirompente della memoria. D’altro canto, rompendo una secolare consuetudine, che vede le donne nell’esclusivo ruolo materno-familiare, detentrici della sfera domestica ed estranee alla sfera pubblica, molte DONNE, in questi anni, hanno trasgredito tale consegna, trasformando emozioni e dolore in impegno contro la mafia. Sospettate e accusate di eccessivo protagonismo esse hanno trasformato il lutto per persone care assassinate in lotta politica e civile. Soggettivamente, attraverso la conquista di una dimensione collettiva, hanno conferito senso a quanto di più insensato sia potuto accadere nella loro vita. Non si sono rassegnate perché la memoria diventa parola, alimenta protesta, invoca giustizia. Ma parlare ed agire quando l’emozione, lo sdegno, la rabbia ed il dolore sono forti, come accade nelle parate celebrative, ho sempre creduto serva a mettersi l’animo in pace a taluni e ad altri ad utilizzare la comunicazione nelle sue forme di controllo sociale e di rappresentazione politica. Ogni volta, quando nel corso degli anni è toccato ad un nuovo martire, sembrava dovesse essere l’ultima, invece all’inferno non c’è fine. Per evitare che ciò accada e che si uccida persino la memoria dei nostri martiri, dobbiamo impegnarci a fare poche, precise, decisive scelte. Già da subito, ma non solo per oggi. La devianza produce effetti fortemente negativi sulla qualità della vita sia dei propri affiliati, sia di tutti i cittadini che vivono in territori controllati dalla criminalità. Lo spreco delle risorse naturali, l’appropriazione privata di beni pubblici, i danni all’ambiente, ma anche ai beni culturali, l’aggressione affaristica compromettono in modo quasi sempre irreparabile il territorio e con esso la qualità della vita dei suoi abitanti, presenti e futuri. Nello scempio di interi quartieri, nel degrado dei centri storici, nella distruzione di coste e montagne le responsabilità sono intrecciate e molteplici. La mancanza di rispetto della norma e dei VALORI è una guerra contro la civiltà, la cultura, la decenza. Ma ciò che maggiormente mi inquieta da oltre un decennio è la cupezza che fa da sfondo alle vite degli stessi soggetti criminali e soprattutto delle loro famiglie. Se il degrado territoriale rappresenta l’aspetto vistoso del loro dominio, il degrado relazionale, intimo generato dalla cultura di morte e la scarsa qualità della loro stessa vita appaiono notevoli. Come più volte la Chiesa italiana e locale hanno sottolineato esiste una discrepanza tra promessa di felicità e vita quotidiana vissuta da prigionieri di se stessi. Da una parte crescente ricchezza materiale e disponibilità di ingenti somme di denaro, dall’altra impossibilità di godersi queste “fortune”. La promessa di felicità della società dei consumi si rivela per lo più un miraggio per i soggetti criminali rispetto alla sicurezza di qualità di vita di cui possono godere i “normali” ricchi. Oggi è senz’altro più agevole la vulgata secondo cui la criminalità è un fenomeno solo occasionalmente intrecciato con la politica e l’economia, una presenza fastidiosa, ma marginale. Contro questa deriva di significati bisogna combattere perché anni di stragi e mobilitazione civile non perdano il loro significato. Ed è la quotidianità il terreno sul quale si gioca una parte importante, attraverso forme pacifiche di “resistenza civile” con fatiche da Sisifo perché opporsi al Sistema della criminalità richiede un coraggio eccezionale, ma necessità, tuttavia, anche una capacità di resistere che si radica proprio nell’azione d’ogni giorno. Abbiamo intervistato il prof. Amato Lamberti, docente di Sociologia della devianza e criminalità all’Università Federico II di Napoli, autore di libri, ricerche e studi su fenomeni di devianza e in particolare sulla camorra. Fortapàsc continua a fare clamore. Cosa pensa della proposta di ritiro della pellicola di Marco Risi? «Se si riferisce alla richiesta del caporedattore del Mattino di Castellammare del tempo, penso sia sbagliata. Il film comunque registra bene la situazione e il clima che si respirava a Torre Annunziata in quegli anni». Crede che la sovrarappresentazione mediatica delle critiche mosse anche da coloro che si ergono a “paladini della legalità” nella nostra regione possa favorire la divulgazione del film e la discussione sul tema o invece  provocare effetti contrari? «Il film è sicuramente una occasione per discutere. Le strumentalizzazioni sono sempre possibili ma credo che si possa anche ragionare serenamente almeno per verificare se la situazione è cambiata, se la città ha fatto passi avanti, ecc.». Per decenni, nel territorio di Torre Annunziata, il suo nome è stato collegato all’azione di Giancarlo Siani. Ritiene che ciò sia avvenuto strumentalmente visto anche il suo diretto ingresso nella vita politica e amministrativa? «Se sono intervenuto sulla situazione di Torre Annunziata con articoli e interviste è sicuramente perchè la morte di Giancarlo, amico e collaboratore, mi ha colpito, come mi ha colpito la reazione infastidita della città e dei cittadini all’attenzione dei giornali su Torre Annunziata. Certamente qualcuno ha strumentalizzato i miei interventi». Pensa che Giancarlo Siani sia morto per la “sua curiosità giornalistica” su Torre Annunziata? «Il film registra bene le conclusioni del processo che oggi sono l’unica verità. Comunque non era la gente ad essere infastidita dalla curiosità di Giancarlo ma politici e amministratori». Il film di Marco Risi, secondo lei, rende onore alla memoria di Giancarlo Siani? «Certamente, anche se manca l’aspetto del giovane socialmente impegnato qual era Giancarlo». Nella cassetta Anticamorra da lei fondata nel Comune di Napoli durante il Suo impegno di assessore alla Normalità negli anni 94-95 in una lettera imbucata c’era scritto: “Nessuna foglia ingiallisce senza la muta consapevolezza di tutta la pianta”. Cosa suggerirebbe a Torre Annunziata per tener vivo il ricordo tra i giovani di Giancarlo Siani? «Almeno una manifestazione annuale che coinvolga tutte le scuole e inviti i ragazzi, magari con un concorso, a riflettere sulla propria città, sui suoi problemi, sulle prospettive per il futuro dei giovani». La sfera della quotidianità è dunque cruciale. Da una parte luogo dei mille piccoli inganni, dei compromessi e delle viltà, luogo dell’ovvietà e della rimozione della morte. Dall’altra terreno delle virtù specifiche, del coraggio civile, della resistenza nobile che si evidenzia nelle pratiche “normali”, educando e insegnando alle nuove generazioni i valori della democrazia. Ricordare perciò è importante. Ricordare può diventare scomodo. Ricordare è doloroso. L’imperativo etico del “non dimenticare” è l’antitesi dell’ovvietà suggerita dal senso comune che tutto appiattisce sul presente. MARINELLA CIMMINO