A cura della Redazione
Fortapàsc, distorta la verità processuale dell´omicidio Siani Su Fortapàsc, il film di Marco Risi che tante polemiche sta suscitando soprattutto tra i cittadini di Torre Annunziata, ecco una riflessione di Peppe Caravelli, torrese doc, nipote del primo sindaco post guerra mondiale e figlio di Luigi, protagonista di intere stagioni politiche come integerrimo amministratore comunale. Per non dimenticare Giancarlo Siani, ho visto Fortapàsc ed ho voluto documentarmi bene. In quegli anni ero a Torre e vivevo sulla mia pelle la cruda realtà della città. Erano anni terribili, dove io e la mia famiglia eravamo straziati da questo terribile fenomeno della droga. Papà era impegnato in politica e buona parte dei protagonisti del film io li conoscevo, non i criminali ovviamente, ma conoscevo l´ambiente giovanile, politico. Ebbene se a uno studente di oggi, o a chiunque vada a vedere il film senza aver letto gli atti processuali (conclusisi dopo anni con risultati che hanno soddisfatto giudici di ogni ordine e grado), ebbene, se a loro chiedi chi abbia ucciso Siani, ti risponderà sicuramente che è stata la camorra, su indicazione, partecipazione, collusione del sindaco di Torre Annunziata ed all’interno di uno scenario che vedeva il pretore di Torre Annunziata usare Siani, esponendolo nei confronti dei camorristi. Ebbene non è così, la verità processuale racconta che il suo assassinio, deciso da camorristi del nord napoletano, è legato ad un articolo con la rivelazione di presunti tradimenti interni ai clan: lo ha stabilito una sentenza definitiva, piena di riscontri, pentiti, esami, controlli ecc, citati pure nel film che però, ad un cero punto, cede il passo ad una chiave di lettura completamente diversa. La scena madre è questa: in un garage sotterraneo, mentre Giancarlo sta posteggiando la macchina, compare improvvisamente il pretore, lo redarguisce per aver parlato troppo delle notizie che lui gli ha fornito e gli raccomanda di scomparire per un po’(sic). Nella scena successiva c’è il sindaco di Torre che va al porto per comprare il pesce, nella bottega del luogotenente di Gionta: i purpetielli sono un pretesto, dice al suo interlocutore che gli deve parlare, con un cenno d’intesa. La scena ancora successiva fa vedere un colloquio in carcere tra Gionta e il suddetto luogotenente, con gli stessi cenni d’intesa. Le immagini immediatamente successive sono quelle del terribile agguato a Giancarlo Siani. Questa cosa non mi va, mi fa male non perché abbia un interesse personale, diretto, ma perché - e lo ritengo assolutamente un fatto non secondario - per me è importante sapere se in quegli anni le persone che mi manifestavano la loro solidarietà e che cercavano di aiutare me e la mia famiglia nel tentativo di non perdere nessuno per strada, erano un sindaco assassino ed un giudice folle ed incapace che si materializzava negli scantinati dei parcheggi, mandando indirettamente a morte un giovane di 26 anni. La risposta è nelle carte: mai nessun inquirente ha coinvolto le persone da me citate in un processo per questo terribile omicidio. Perche il film lo fa? E’ un film a tratti molto bello, ma profondamente ingiusto. Ho letto la critica di Valerio Caprara sul Mattino: attribuisce un paio di scivoloni alla mano degli sceneggiatori che avrebbero preso il sopravvento sul regista. Mah. Anche la testimonianza/intervista di Amato Lamberti sullo stesso giornale la dice lunga su chi in realtà passava le notizie fatali a Giancarlo Siani. Peraltro ho anche notato che, fortunatamente, la versione da me vista giovedì in un cinema di Napoli è stata leggermente ritoccata nel finale nel ridicolo tentativo, fuori tempo massimo ed in un rigurgito di decenza, di mitigare le gravissime illazioni sul pretore. Credo che ci sia bisogno di un sussulto, cerco di essere molto attento alle attuali vicende torresi, sicuramente un’inversione di tendenza c’è, soprattutto sul fronte dell’ordine pubblico, ma ognuno deve fare la sua parte e dobbiamo anche fare i conti con la nostra storia. A noi che siamo dei superstiti tocca il compito di dare una testimonianza civile, ed io anche con queste righe voglio confermare alle figlie del nostro pretore quello che del resto esse hanno sempre saputo. Il loro papà era una persona perbene, diversa da quella rappresentata nel film: io ero lì, negli anni del suo impegno professionale e civile soprattutto, ne ho sempre apprezzato, nel mio piccolo, la capacità e la serietà. E ne avrei di episodi da raccontare, uno su tutti quello legato alla tenacia e all’impegno per la realizzazione del centro di recupero per i tossicodipendenti. Ed all’attuale sindaco, anche per il nome della città che rappresenta, pur marcando nel modo più chiaro possibile le differenze dalle sconcezze di quegli anni, dal malaffare e dalle condanne che pure ci sono state (e per reati gravissimi), dico che per noi, per la storia della nostra città, per senso di giustizia e per agevolare la rinascita appena iniziata, sarebbe bene affermare, con la pacatezza e la serietà che lo contraddistinguono, quello che del resto dicono gli stessi giudici: in quell’elenco dei primi cittadini di Torre, un tempo affisso nell’aula consiliare, e di cui fa parte anche mio nonno, il nome di un assassino non l’abbiamo mai scritto. Peppe Caravelli