A cura della Redazione
Il dialogo contro le droghe “Io ho in mente un’utopia: bisognerebbe tornare a piccoli gruppi ristretti attorno alle persone. Viviamo in una società fatta di grandi città, grandi quartieri, grandi scuole… di conseguenza abbiamo perso il calore umano, abbiamo spersonalizzato i rapporti, le istituzioni si sono fatte più lontane…”. E quanto è facile sentirsi soli e inadeguati. La corsa al successo e al benessere economico lascia lungo la strada i tanti che non ce la fanno, e si rifugiano in personali paradisi artificiali: nella pazzia, nelle droghe, nel gioco d’azzardo e, in tempi più recenti, anche in internet. Per colmare dei vuoti interiori, per illudersi di risolvere i problemi, o semplicemente per non pensare. “In qualche modo è un’auto-terapia che poi diventa una malattia”. Ne parlo con la dottoressa Marina Di Matteo, psicologa responsabile del Ser.t., il servizio per le tossicodipendenze che si trova a via delle Vigne, copre i comuni di Torre Annunziata, Pompei, Boscoreale, Boscotrecase e Trecase e conta attualmente 384 iscritti. Il centro svolge attività di prevenzione, diagnosi e terapia delle tossicodipendenze. In teoria, dovrebbe occuparsi anche del reinserimento nel mondo del lavoro, ma, vista anche la disoccupazione delle nostre parti, è sempre più difficile che qualcuno accetti di dare fiducia a chi ha un passato scuro e voglia di ricominciare. La dottoressa Di Matteo è qui da venti anni e ha potuto registrare i cambiamenti nelle abitudini dei consumatori e nella considerazione sociale/politica della tossicodipendenza. Mi dice che prima al Ser.t. lavoravano molte più persone, mentre oggi ci sono solo lei, tre medici, gli infermieri e il personale amministrativo. Anche il numero di pazienti è diminuito. Cosa è successo? Il fenomeno droga è in calo? “Assolutamente no. Anzi l’uso di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina e alcol, è in aumento nelle fasce giovanili, come emerge da un sondaggio che abbiamo fatto nelle scuole. E si comincia prestissimo, a volte già a 12-13 anni”. Purtroppo, per la dipendenza da cocaina il servizio pubblico non può fare molto: mentre per curare gli eroinomani si usa il metadone, un farmaco sostitutivo che non fa sentire l’astinenza, le cui dosi si riducono gradualmente fino alla guarigione completa, per la cocaina non esiste nulla di simile. La dipendenza da cocaina è psicologica più che fisica, e gli interventi necessari sono più lunghi e complessi. Inoltre, in molti contesti sociali la cocaina è tollerata, non se ne percepisce la pericolosità e se è molto diffusa (a Torre Annunziata la situazione è spaventosa) diventa una moda, quasi uno status symbol. “La colpa forse è un po’ anche nostra - ci dice la responsabile del Ser.t. -. Con le campagne di prevenzione negli anni ’80 e ’90 abbiamo demonizzato il “buco”, perché avevamo bisogno di affrontare il problema dell’Aids, e abbiamo così consentito che passasse una cultura che non considerava dannoso tirare o fumare”. Ma gli effetti della dipendenza si fanno sentire, magari dopo molti anni di abuso, con la galera, con i seri danni economici, con la disgregazione delle famiglie. Proprio i familiari spesso si trovano in difficoltà e non sanno come comportarsi, subendo le conseguenze indirette della tossicodipendenza. Il consiglio della psicologa è uno solo: dialogo. “Specialmente per i più giovani non servono le analisi coatte, la violenza, le forzature; se un ragazzo si droga vuol dire che ha dei problemi e bisogna affrontare con lui un discorso serio per capire cosa c’è che non va. Bisogna avere una certa dose di autorità - spiega la psicologa - ma anche dare delle prove di responsabilità. A 30 anni il discorso è un po’ diverso, ma se una moglie si accorge che il marito fa uso di droghe il primo approccio è sempre il dialogo: che ti succede? Perché lo fai? Che ti serve? Con chi lo fai? Che possiamo fare insieme?”. La presa di coscienza del problema è il primo passo verso la cura, un percorso lungo e tortuoso che può includere trattamenti farmacologici, gruppi di auto-aiuto, comunità terapeutiche. E non sempre c’è il lieto fine: nel corso degli anni qui ne hanno viste tante, ragazzi che ritornano alle cattive abitudini, vite spezzate dal suicidio o dall’overdose. Ma anche rinascite, ritorni alla luce e al controllo sulla propria esistenza. Mentre sto uscendo dal Ser.t incontro M. che è venuto a prendere la sua dose di farmaci. Ogni volta viene qui da Nola. “Sono stato in cura a Nola per sette anni - mi dice - ora sto qua da sei. Al Ser.t di Torre ho trovato un altro tipo di accoglienza, almeno se ne hai bisogno ti dicono qualche parola di aiuto”. È una lotta che dura da anni, e a volte succede di perdere le speranze, capita che le forze ti abbandonino e debolmente torni tra le roventi braccia della droga. “Se vuoi uscire dal sistema-droga devi impegnarti. Il mio è stato un processo graduale, ma ormai con la droga ho chiuso. Smettere non è semplice ma nemmeno impossibile”. È tutta questione di volontà, mi spiega, perché molti di quelli che si rivolgono al servizio pubblico non vogliono davvero uscire dal giro: “Per loro è solo un tampone. Io prima o poi devo smetterla con queste pillole, un po’ alla volta scalo. Voglio essere pulito. Mi pulirò”. Gli faccio i miei auguri e gli chiedo cosa si aspetta dal futuro. “Ora lavoro come artigiano e questo mi aiuta molto. Sto aggiustando la mia casa e ho una compagna, sono cose che prima non sognavo nemmeno”. Almeno adesso M. sa che un futuro esiste. FORTUNA BALZANO